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Riflessioni ed approfondimenti di ANALISI TECNICA

ANALISI TECNICA

Riflessioni ed
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ANALISI TECNICA



A CACCIA DI CERTEZZE.
Know Sure Thing: non solo un motto, ma anche un interessante indicatore.

Non so quanto possa interessare ai Lettori il fatto che Martin Pring sia uno degli autori di analisi tecnica che io preferisco in assoluto, ma sicuramente interesserà il fatto che è uno dei più stimati al mondo, se non il più stimato in assoluto. Perché è così apprezzato? Perché il suo approccio tecnico non si limita alla semplice analisi della tendenza dei prezzi di un singolo mercato, ma insegna a tener conto anche dell'andamento degli altri mercati. Dal momento che qualunque comparto finanziario risente, in modo più o meno marcato, dell'influenza di tutti gli altri, ritengo che questo sia l'unico metodo serio ed esaustivo per studiare la tendenza in atto sul mercato che più ci interessa. Non a caso Martin Pring ha una grande esperienza come gestore e consulente di altri gestori, quindi è un analista abituato ad investire ed a far investire denaro vero. Se Martin Pring è universalmente conosciuto come l'autore del miglior testo di analisi tecnica attualmente esistente (Technical Analysis Explained, McGraw-Hill, trad. it. Analisi tecnica dei mercati finanziari), probabilmente non è altrettanto conosciuto come autore di un indicatore particolarmente interessante, il cosiddetto KST (Know Sure Things).
Di cosa si tratta? Si tratta di una media ponderata di quattro indicatori di momentum ponderati in ordine decrescente di velocità. Ma, prima di addentrarci nelle formule, vediamo di inquadrare il problema. Già più di un secolo fa il fondatore dell'analisi tecnica, Charles Dow, identificò tre movimenti ciclici, di tre lunghezze diverse, per spiegare l'andamento del mercato azionario nel medio-lungo termine. Il ciclo più importante è il primario, ovvero quello che segue l'andamento della macroeconomia e che dura mediamente quattro anni, anche se vi possono essere delle eccezioni importanti. Questo ciclo viene alterato da un'altra tendenza, di tipo secondario, che può durare da qualche settimana a qualche mese, e può amplificare o addirittura rischiare di invertire il ciclo primario. La tendenza secondaria a sua volta viene influenzata dai cosiddetti "trend minori" cioè da movimenti che durano da poche ore a pochi giorni. Nel grafico seguente abbiamo riportato queste tre diverse velocità:



Qual è, dunque, il problema? Esso consiste nel fatto che a volte queste tendenze sovrapposte si scontrano tra di loro e danno origine a situazioni di mercato poco chiare. Questo fa sì che si possano prendere decisioni errate perché ingannati da fenomeni temporanei, problema ben noto a chi si occupa professionalmente di gestione dei flussi finanziari. D'altra parte non è nemmeno troppo salutare aspettare a lungo prima di decidere se un segnale tecnico sia affidabile oppure no, specialmente quando il mercato cambia violentemente la propria direzione. Vediamo di definire quantitativamente il problema in termini concreti. Nel grafico che segue abbiamo rappresentato l'andamento dell'indice S&P500 dal 1990 ai giorni nostri:




I dati sono rappresentati su base mensile, per poter leggere agevolmente una grande massa di informazioni. Martin Pring, in un suo famoso articolo, pubblicato su
Technical Analysis of Stocks & Commodities, mostrò l'andamento di quest’indice unitamente a quello dei tre indicatori che abbiamo rappresentato sotto il diagramma dei prezzi. Essi sono indicati con linee di spessore crescente, in questo ordine:

  • la media mobile a 6 mesi del ROC (cioè della variazione percentuale del prezzo) a 9 mesi,
  • la media mobile a 9 mesi del ROC a 12 mesi
  • la media mobile a 9 mesi del ROC a 24 mesi.


Dunque, si tratta sempre dello stesso indicatore calcolato su un orizzonte temporale via via più lungo. Nel grafico abbiamo deciso di dare più visibilità all'algoritmo che misura il ciclo più importante, cioè quello di lungo termine. È facile notare come i primi due indicatori, cioè i più veloci, in questi giorni stanno fornendo un segnale di possibile conclusione delle loro tendenze, mentre quello più lento, che riesce a seguire l'andamento delle tendenze decennali, ci sta comunicando che è appena iniziata una possibile svolta positiva su di un orizzonte temporale pluriennale. Il problema che Pring si è posto è il seguente: è possibile costruire un indicatore sintetico che tenga conto contemporaneamente di tutte le tendenze più importanti presenti sullo stesso mercato? La risposta in linea teorica è senz'altro affermativa: basta infatti sommare tra di loro più algoritmi. Il problema è
come farlo, cioè se valga la pena o meno creare una gerarchia tra i vari indicatori. La risposta è ovviamente positiva, ed infatti, Pring somma tra di loro ben 4 ROC (smussati attraverso altrettante medie mobili) ed assegna loro un peso direttamente proporzionale alla loro lunghezza, in modo da far sì che il ciclo di più lungo termine abbia il peso maggiore. Nei suoi scritti, Pring propone varie lunghezze anche per il suo KST. Per verificare il funzionamento di questo strumento su un campione di dati abbastanza rappresentativo, abbiamo scelto di studiare il KST weekly più veloce che l'autore propone, cioè quello calcolato come media ponderata:

  • della media mobile a 10 del ROC a 10 con peso 1
  • della media mobile a 13 del ROC a 13 con peso 2
  • della media mobile a 15 del ROC a 15 con peso 3
  • della media mobile a 20 del ROC a 20 con peso 4


Il risultato viene mostrato nel grafico seguente:




Si può notare facilmente che l'indicatore ottenuto (disegnato assieme alla sua stessa media mobile a 9 periodi, in maniera tale che il loro incrocio indichi il cambiamento di tendenza) è molto abile nel rilevare le tendenze più forti, mentre "soffre" nei mercati più disturbati, ovvero quelli caratterizzati da trend meno definiti. Ma questo è il problema che presentano tutti gli indicatori quantitativi, ovvero quello di essere particolarmente efficaci quando se ne ha meno bisogno, ovvero quando ci si trova di fronte a tendenze molto ben formate. L'idea di Pring è dunque quella di costruire un indicatore che si basi soprattutto sulla tendenza più lunga, ma che possa essere particolarmente sensibile alle variazioni di prezzo di breve periodo, particolarmente violente. Il problema è che spesso questi movimenti si esauriscono molto in fretta e dunque, come si può constatare osservando il grafico nella sua parte centrale, un indicatore che li evidenzi non è né utile, né dannoso. Nel grafico abbiamo fatto in modo che le barre dell'indice S&P500 si schiariscono quando il KST segnala delle correzioni verso il basso. Ebbene, nel periodo che va tra il 2004 ed il 2006 l'indicatore farebbe effettuare delle operazioni di trading che si concludono sostanzialmente in pari (o forse addirittura in leggera perdita). Perché ciò avviene? Perché in quel periodo la tendenza rialzista fu particolarmente lenta e dunque le indicazioni che derivano dalla parte più lenta del KST, cioè dai ROC a 15 ed a 20 settimane, sono molto più deboli rispetto a quelle create dai ROC a 10 ed a 13 settimane. Il problema è che queste ultime si esauriscono così in fretta da non riuscire a far sì che l'indicatore riporti una tendenza definita in maniera sufficientemente chiara da poter durare. Va detto che nello stesso periodo la media mobile a 200 giorni (nel grafico viene calcolata su 40 settimane) verrebbe anch'essa ingannata più volte. E quando diversi indicatori vengono fuorviati contemporaneamente, come si sa, il problema è il mercato, non gli indicatori. Infatti, se si osserva attentamente l'andamento dei prezzi, si nota che i ritracciamenti in quel periodo non erano molto dissimili in ampiezza dai movimenti del trend rialzista.
Dunque qual è l'utilità di un indicatore come questo? Quella di qualsiasi indicatore di
momentum, ovvero quella di analizzare la forza (cioè la volatilità) del mercato. Si osserva chiaramente nel grafico che nel periodo 2004-2006 il KST è stato spesso ingannato, ma non si è nemmeno allontanato troppo dalla linea orizzontale che rappresenta lo zero. Il che indica come la tendenza non fosse particolarmente forte in quel momento. Pertanto un indicatore del genere può servire all'analista ed al gestore come modello della forza con cui mercato tenta di andare in una determinata direzione. Minore è la forza, più contraddittori possono essere i segnali, pur in presenza di un rischio non particolarmente elevato. Infatti, la distanza verticale (positiva o negativa) di un ROC o un KST dalla linea dello zero rappresenta la forza con cui si è sviluppata la tendenza e dunque anche la forza con cui potenzialmente potrebbe verificarsi la correzione successiva. Non si tratta, quindi, di un indicatore con cui aprire o chiudere posizioni. Si tratta però di un ottimo strumento di risk management.

Massimo Intropido




LA STAGIONALITÀ SUI MERCATI FINANZIARI

La stagionalità, ovvero l'attitudine di un fenomeno a variare secondo uno schema legato al periodo dell'anno in cui lo si osserva, è una caratteristica comune a moltissimi ambiti della vita sociale. Tra di essi non potevano certo mancare i mercati finanziari. In un certo senso, si può dire che i mercati a termine, storicamente nascono proprio per poter slegare le contrattazioni dalla stagionalità, ovvero per consentire la negoziazione dei prodotti agricoli prima che fosse disponibile il nuovo raccolto.
Le prime cronache di stagionalità e di fenomeni speculativi arrivano da epoche risalenti a molti secoli fa. Eppure, quando si parla di mercati finanziari moderni e, soprattutto, di mercati azionari, la stagionalità è un fenomeno conosciuto solo tra gli addetti ai lavori di maggiore esperienza e pure loro ne hanno spesso una visione piuttosto parziale. Riteniamo che ciò sia a dir poco imbarazzante, visto che una conoscenza a priori del comportamento più probabile delle borse, di mese in mese. può consentire di risparmiare molto di quel tempo che altrimenti dovrebbe essere dedicato ad uno studio, persino eccessivo, di grafici ed indicatori. Va però ricordato che nel nostro Paese, la statistica economica gode di un prestigio accademico assolutamente inadeguato rispetto alla sua reale importanza. Se vi fosse maggiore attenzione allo studio statistico dell'economia, anche l'approccio all'analisi tecnica riconoscerebbe la giusta importanza ad aspetti così importanti.
Come spesso facciamo, dedicheremo la nostra attenzione all'indice Dow Jones. In questo caso la nostra scelta è obbligata, poiché questo è l'indice borsistico più antico ed importante nel mondo e, il nostro studio, potrà avvalersi di una serie storica di dati che inizia addirittura dal 1901. Abbiamo considerato i rendimenti mensili dal gennaio 1901 al dicembre 2009, calcolandone la media geometrica della variazione dell'indice in ciascun mese, per poter ottenere un risultato corretto dal punto di vista della capitalizzazione finanziaria composta. Per verificare la correttezza dei nostri calcoli, abbiamo concatenato il rendimento complessivo di ciascun mese e verificato che il rendimento totale di questa capitalizzazione mensile, coincidesse con il rendimento storico complessivo calcolato effettuando il confronto diretto tra il mese di dicembre 2009 ed il mese di gennaio 2001.
Ebbene, i risultati finali a cui siamo giunti sono quelli che esponiamo nella tabella seguente:





Come si nota, lo studio effettuato su di un periodo di 109 anni, comprendente due guerre mondiali, due gravi crisi finanziarie, due altrettanto gravi crisi petrolifere e svariati momenti di crescita ed euforia, conferma che a Wall Street la stagionalità esiste, eccome! A sorpresa, il mese più favorevole ai rialzi non è gennaio, come si dice comunemente, bensì luglio. Questa dominanza positiva di un mese, che tradizionalmente inizia ad essere dedicato alle meritate vacanze, certamente sorprende. Gennaio si rivela comunque molto propizio, essendo il secondo mese positivo in graduatoria. Così come statisticamente favorevole è dicembre, battuto per poco da aprile. Agosto non è affatto un mese "morto" come si potrebbe pensare. In questa mensilità estiva, conviene prestare attenzione ai mercati azionari perchè, pur senza brillare, spesso si rivela un periodo proficuo che offre buone opportunità di realizzo. La negatività di settembre, altra regola ben conosciuta dagli operatori più esperti, viene ampiamente confermata. Il famigerato ottobre è un mese statisticamente ingannevole. I nostri calcoli dicono infatti che, mediamente, produce una variazione molto contenuta. Tuttavia sappiamo che molti dei crolli storici di borsa sono avvenuti proprio ad ottobre (famosissimi quelli del 1929, del 1987 e, purtroppo, del 2008). Quindi la variazione media apparentemente poco significativa, è in realtà una media ingannevole, tra anni molto negativi ed anni molto positivi.
L'ultima regolarità nota agli operatori, da ricordare, è quella del cosiddetto "Sell in May and go away!", ovvero della convenienza a liberarsi delle posizioni rialziste, o perlomeno ad alleggerirle, in coincidenza dell'arrivo dell'estate. I dati confermano la negatività del mese di maggio, ma al tempo stesso invitano ad accelerare le vendite, dal momento che il saldo complessivo del mese è già sfavorevole di per sé. Ma vi è anche un altro aspetto, molto più importante, da non trascurare quando si studia l'andamento estivo dei mercati, cioè che non è l'estate di per sé a produrre ribassi, ma il singolo mese di settembre.
Il nostro studio suggerisce che, durante un intero anno-tipo di borsa, si possono notare tre micro-cicli infrannuali ben definiti: novembre-gennaio, marzo-aprile, giugno-agosto. Si tratta ovviamente di cicli positivi, cioè rialzisti.
Tutta la storia economica dei mercati azionari è una vicenda prevalentemente rialzista, a causa primariamente del progresso economico e secondariamente dell'inflazione. Il trend rialzista ha quindi una dominanza storica indiscutibile e pertanto, se si tratta di studiare dei cicli infrannuali, ha più senso ricercarli in direzione rialzista.
È interessante confrontare i dati da noi calcolati, con quelli pubblicati annualmente dallo Stock Trader's Almanac, calcolati, però, solo a partire dal 1950. Essi costituiscono comunque una buona base di confronto, anche se quanto accaduto prima del 1950 (ad esempio negli anni '30) rappresenta un preziosissimo patrimonio informativo che non può essere trascurato. Oltretutto, anni come il 2008 ed il 2009 hanno generato andamenti borsistici molto simili a quelli degli anni tra il 1926 ed il 1936. Esattamente come allora, infatti, hanno rischiato di fallire quasi tutte le principali banche statunitensi. Fatta questa doverosa precisazione, possiamo affermare che lo studio condotto dallo Stock Trader's Almanac individua dicembre e aprile come mesi più proficui, seguiti rispettivamente da novembre, gennaio e luglio. Settembre si conferma come il mese peggiore, mentre maggio è positivo, ma solo di pochissimo. Ottobre è caratterizzato da una variazione media moderatamente positiva, ma sulla significatività di questo dato valgono, a maggior ragione, le riserve di cui abbiamo parlato sopra.
Si conferma dunque l'esistenza di una stagionalità interessante, con particolare valenza sul lungo periodo, perché è ad esso che si riferiscono i dati effettuati. La stagionalità, è un fenomeno interssante soprattutto per l'investitore, mentre il trader dovrebbe sempre fare dell'adattabilità la sua arma principale. In fondo, il vecchio adagio di borsa "taglia le perdite e lascia correre l profitti" è il primo invito a questa flessibilità di comportamento, consistente nel variare la durata della propria operazione a seconda del suo andamento. A proposito di trading, può essere un interessante completamento del nostro studio, il calcolo delle probabilità del rendimento medio storico positivo di ciascun mese. Tale dinamica può non coincidere con quella precedentemente discussa. Un rendimento medio non dipende solo dalla proporzione tra il numero delle operazioni positive e quello delle operazioni in perdita, ma piuttosto dal prodotto tra, rispettivamente, l'entità del guadagno medio e l'entità della perdita media e le loro rispettive frequenze. Quindi il dato che stiamo per osservare esprime una dimensione parziale, cioè ci dirà che probabilità abbiamo di guadagnare in ciascun mese, ma non quanto guadagniamo mediamente. Allora perché può essere utile studiarlo? Perché, nella gestione del rischio, un conto è subire una grande perdita in un'unica operazione, un altro conto è subirla ripartita su più operazioni. Nel primo caso, a parità di denaro perduto, il danno è maggiore. Diversamente, un danno ripartito nel tempo è più gestibile. In ogni caso, di seguito mostriamo le probabilità media di guadagno offerte da ciascun mese.





Di fatto i dati non stravolgono troppo i risultati ottenuti calcolando il rendimento meglio. Infatti, i mesi più propizi, ovvero gennaio, luglio e dicembre, presentano le probabilità di guadagno statisticamente più elevate. Ciò significa che l'aspettativa positiva non dipende da pochi dati strepitosi, ma da una predominanza regolare di esiti favorevoli. Questa circostanza, da un punto di vista di risk management, è senz'altro confortante perché rende "accessibile" il risultato medio, ovvero offre buone probabilità di ottenerlo veramente. La negatività di maggio e settembre dipende da basse probabilità assolute di guadagno ed anche questa situazione conferma la solidità statistica dell'effetto stagionale nell'investimento azionario.
I risultati del nostro e di altri studi confermano in maniera convincente l'esistenza di una regolarità ciclica infrannuale nel comportamento medio dei mercati azionari sul lungo periodo. Tuttavia occorre mettere in guardia il Lettore sul fatto che questa ciclicità è ampiamente sovrastata dal trend in corso nel singolo anno. La dimostrazione matematica è facile da svolgere. Basta infatti concatenare (cioè moltiplicare) i rendimenti medi mensili per ottenere un rendimento medio annuale pari +5,008% che, com'è facile constatare, è un numero molto piccolo rispetto alle vere escursioni annuali di prezzo che si registrano mediamente sul Dow Jones (va precisato che, storicamente, il rendimento azionario totale comprende anche i dividendi che aggiungono più del 4,5% alla pura variazione di prezzo). La stagionalità, pertanto, non rappresenta il segreto dell'investimento, ma è semmai un utile fattore di ausilio. Troppo spesso anche tra gli addetti ai lavori ci si sforza di voler prevedere l'andamento futuro dei prezzi senza tenere in sufficiente considerazione l'unico fattore previsivo realmente dotato di una buona attendibilità statistica, ovvero la stagionalità. La padronanza delle regolarità di comportamento del mercato consentirebbe di adattare molto bene alla realtà quotidiana modelli di analisi, come ad esempio la teoria delle onde di Elliott, che in alcuni casi possono soffrire di eccessiva astrazione.


Massimo Intropido




Quando il ritardo diventa virtù.

Ovvero, quando accentuare il difetto della media mobile fornisce risultati positivi.

Mi hanno fatto piacere le molte manifestazioni di apprezzamento ricevute per l'articolo precedente, sull'utilizzo atipico delle Bande di Bollinger, ciò testimonia l'interesse per ogni nuova metodologia studiata per accrescere l'efficacia degli strumenti tradizionali d' analisi, mantenendone, nel contempo, la semplicità. Da diverso tempo, scrivo sulle medie mobili essendo, dal punto di vista matematico, uno strumento estremamente plasmabile, inoltre si prestano assai bene ad essere modificate o calcolate su altri indicatori, anzichè direttamente sul prezzo.
Oggi, molte piattaforme di trading on-line consentono di crearsi indicatori personalizzati e preferibilmente, questo viene fatto utilizzando modelli di base conosciuti, adattandoli successivamente alle proprie esigenze. La modifica delle medie mobili attira decisamente l'attenzione del pubblico, questo fenomeno dimostra che l'analisi tecnica viene utilizzata diffusamente e la si orienta verso il trading piuttosto che alla semplice analisi descrittiva.
Il problema dell'utilizzo delle medie mobili, in supporto al trading (argomento già trattato nei precedenti articoli) deriva dal fatto che esse vengono "colpite" ripetutamente dal prezzo nelle fasi di tendenza laterale, generando una miriade di falsi segnali singolarmente non troppo costosi, ma se sommati tra loro, deprimono miserevolmente il risultato finale del trading. I rimedi da adottare sono di vario tipo. Negli articoli precedenti, abbiamo visto come impiegare un
filtro, vale a dire uno strumento che crea una distanza tra il segnale vero e proprio della media mobile e quello effettivamente preso in considerazione. Ora, studieremo un nuovo utilizzo della media mobile, cioè l'interazione tra una media classica ed una identica, ritardata di un certo numero di periodi. Questo strumento funziona particolarmente bene nelle fasi di mercato laterale, indipendentemente dal fatto che la volatilità sia alta o bassa.
Iniziamo la nostra trattazione riprendendo l'esempio del precedente articolo ed analizzandone la criticità. Riportiamo nel grafico seguente, il Dow Jones nel periodo dal settembre 2004 al novembre 2006 e la sua media mobile a 200 giorni.




Abbiamo volutamente scelto una fase laterale di mancanza del trend. Si nota come il trading effettuato utilizzando la media mobile, avrebbe generato soprattutto perdite, avendo l'indice attraversato continuamente l'area del suo prezzo medio.
Diversamente, osserviamo nel grafico successivo, il comportamento della media mobile a 200 periodi canonica e quella ritardata di 15 periodi. Le due linee si incrociano pochissime volte.




Altre volte si toccano, ma senza scavalcamenti significativi. Perché ciò accade? Perché raramente un trend di Borsa è totalmente laterale. Accade spesso, che vi sia un piccolo fattore di tendenza, non così marcato da evitare incroci tra prezzo e media mobile, ma sufficiente a mantenere in tendenza la differenza tra la media mobile e l'immagine di sé stessa (cioè la stessa media ritardata). La validità di questo metodo può essere verificata nel diagramma seguente, dove rappresentiamo l'ottimo segnale rialzista fornito nel gennaio 2006 che non si è fatto ingannare dai due pullback di giugno e luglio dello stesso anno, indicati con le frecce.





Ma non è finita! Osserviamo nel grafico successivo altre tre "trappole" in cui il nostro nuovo strumento non è caduto, vale a dire i falsi ribassi di agosto, novembre e dicembre, anch'essi segnati con le frecce.




Il vero segnale ribassista arriva il 2 gennaio, le due medie mobili s'incrociano a fine mese (nel punto contrassegnato con il simbolo della mano) fornendo così un segnale ribassista, senza un eccessivo ritardo.
Un nuovo test dello strumento non tarda molto ad arrivare. Infatti, a maggio 2008 l'indice Dow Jones taglia per due volte entrambe le medie, come indichiamo nel grafico successivo, sempre con le frecce.




Tuttavia le due medie mobili non si incrociano e pertanto il nostro modello continua a segnare correttamente la tendenza ribassista.
Dunque, le proprietà dell'utilizzo congiunto di una media mobile di un tipo e della stessa calcolata con un certo ritardo, sembrano essere davvero interessanti. Non ci resta che compiere un test finale di trading, per vedere se e quali vantaggi questo nuovo modello offre rispetto all'operatività conseguita con una sola media mobile.
Applicando una sola media a 200 giorni ed iniziando l'operatività a fine 2002, si generano 1.886 punti di profitto sul Dow Jones (su un valore iniziale dell'indice di circa 10.000 e senza considerare alcuna posizione aperta). Le operazioni complessivamente sono state 61, di cui 8 vincenti (che hanno generato un profitto medio di 1.033 punti) e 53 perdenti (che costano ciascuna in media 120 punti). Il risultato non è particolarmente buono (considerando anche il valore odierno dell'indice) inoltre la percentuale di successo del sistema basato su una pura media mobile, è molto bassa, essendo pari a poco più del 13% (8 su 61). Decisamente ottimale, invece, è il rapporto tra profitto medio e perdita media, poiché si sfiora di 10 a 1, ma è il minimo che si richiede ad una strategia funzionante sul lungo periodo.
Vediamo ora, come se la sarebbe cavata un trading system basato sull'incrocio tra la media mobile a 200 normale e quella ritardata di 15 periodi. Ebbene, il profitto complessivo sale a 4.233 punti, ma vi è anche un'altra buona notizia, le operazioni complessive scendono a 9 di cui 5 vincenti (profitto medio 1.254 punti) e solo 4 perdenti (perdita media 510 punti). Chi abbia un minimo di esperienza nel trading, si renderà conto che, oltre a generare un maggior profitto lordo (fattore già di per sé decisivo), l'incrocio tra la media mobile semplice e quella ritardata produce costi di gran lunga minori, in termini di commissioni pagate, quindi un ulteriore vantaggio non di poco conto.
A parità di profitto complessivo, ridurre il numero di operazioni effettuate significa aumentare l'efficienza del proprio lavoro. La nota negativa è senz'altro rappresentata dal maggior importo della perdita media (510 punti contro i 120 del modello a media singola). Tuttavia, se il risultato finale è superiore, la maggior dimensione della perdita media si gestisce facilmente riducendo il capitale investito. Si potrebbe obiettare che, in tal modo, si riduce anche il profitto, ma è vero solo in parte, perché il trader saggio, quando investe in una strategia operativa, non considera solo la perdita media, ma anche la perdita massima. In questo caso il raffronto è molto meno penalizzante per il sistema a due medie mobili, la sua operazione peggiore genera una perdita di 921 punti, quella del modello a media singola ammonta a 486 punti, pertanto il rapporto è inferiore di 2 a 1, mentre quello tra i profitti delle due strategie è di 2,24 ad 1. Riepilogando, il modello a due medie mobili è nettamente più profittevole ed efficiente, anche senza conteggiare il minor impatto delle commissioni.

Ai fini della sperimentazione, le strategie descritte sono molto semplici e del tutto prive di strumenti "importanti", quali gli stop loss e l'applicazione del money management, ma questo modo di lavorare consente di verificare il valore puro di quanto studiato.
Ancora una volta, possiamo affermare che la manipolazione intelligente di strumenti di analisi tecnica (anche se noti da tempo) può portare a risultati davvero interessanti. Ci dimostra che i concetti fondamentali dell'analisi tecnica possono essere sviluppati in maniera ampia e creativa, purché lo si faccia partendo da una logica solida e dopo aver capito pienamente il valore dello strumento iniziale.


Massimo Intropido



Un utilizzo atipico delle BANDE DI BOLLINGER.


Credo che vi siano ben pochi analisti tecnici che, spinti dalla curiosità, almeno una volta nella vita non abbiano provato ad utilizzare gli indicatori canonici di questa dottrina, in una maniera un po' diversa dal solito, per cercare di mettere a punto nuove tecniche, o semplicemente, per il gusto di scoprire i risultati dell'esperimento.
Per gli americani questo modo di procedere è abbastanza comune. Infatti, quando le tecniche tradizionali non portano alla soluzione del problema, il consiglio che essi danno è semplicemente:"…try something different!". Ed in effetti, anche in altre discipline scientifiche, spesso le soluzioni geniali sono arrivate in maniera un po' strana e comunque assai diversa dai metodi utilizzati fino a quel momento. Ciò che sto per esporre non pretende di essere una soluzione definitiva ad un problema, ma un semplice invito a tutti coloro che possono averne un interesse o un'utilità, a sperimentare utilizzi atipici degli strumenti dell'analisi tecnica di cui hanno maggiore padronanza.
Da esperienze simili, spesso possono derivare delle interessante idee. Non propongo, però, di effettuare dei tentativi a caso. Chi è esperto di progettazione di trading system sa benissimo come spesso si trovi una soluzione solo apparente, che in realtà, è del tutto inefficace nel lungo periodo, semplicemente perché si adatta casualmente al campione di dati su cui è stata studiata. Diverso è invece l'atteggiamento di chi lavora, anche in maniera fantasiosa, su parametri di cui conosce la funzione ed il comportamento.
Dopo questa premessa, proviamo ad utilizzare in maniera atipica uno strumento di cui è ben nota l'efficacia, ovvero le Bande di Bollinger.
Questo ben noto indicatore è costituito da due medie mobili modificate sommando ad una di esse e sottraendo all'altra la volatilità. Normalmente quest'indicatore viene utilizzato per individuare direttamente nel grafico dei prezzi, i segnali di acquisto o di vendita contro tendenza, ad alto rapporto rendimento-rischio.
Ma prima di manipolare questo geniale indicatore, vediamo di definire il problema. È noto a tutti quale sia il più cronico difetto delle medie mobili, quando vengono utilizzate come metodo di trading. In un precedente articolo, ho spiegato che quando non vi è una tendenza ben definita, esse si infilano in mezzo ai prezzi e vengono attraversate continuamente ed inutilmente da questi ultimi, generando così una pletora di falsi segnali operativi.
È risaputo che, aumentando il numero di dati su quella media mobile (in gergo tecnico "rallentandola") essa tende a stare più lontana dai prezzi, poiché diventa più tardiva nel seguire le tendenze e dunque anche le correzioni di queste ultime. Pertanto il numero di falsi segnali diminuisce di conseguenza. Tuttavia anche su una media mobile molto lunga, come quella a 200 giorni che abbiamo calcolato nel seguente grafico esemplicativo, riguardante l'indice Dow Jones, si verificano due problemi assai "costosi" in termine di risultati quando si tratta di passare dalla semplice analisi tecnica al trading.
Possiamo infatti osservare che, durante le fasi di mancanza di trend la media viene attraversata troppo facilmente dai prezzi generando falsi segnali operativi. Ciò è riscontrabile nel grafico all’interno delle zone che abbiamo evidenziato con i rettangoli.







Durante i periodi di rapida correzione del prezzo, come in quello a cui abbiamo assistito tra maggio e luglio di quest'anno e che nel grafico abbiamo indicato con il triangolo, la media può risentire ancora della tendenza precedente e dunque muoversi in maniera opposta al trend. Pertanto durante queste fasi (per fortuna piuttosto rare) essa funziona malissimo da stop loss.
Proviamo ora a simulare effettivamente un'operatività di trading che sia di tipo
stop and reverse, cioè sempre posizionata sul mercato: o al rialzo, o al ribasso. Si potrebbe certamente costruire uno strumento più efficiente, cercando di stabilire dei momenti in cui tutto sommato è meglio restare fuori dal mercato. Tuttavia, la strategia stop and reverse, proprio perché è poco sofisticata, esaspera meglio i difetti del trading effettuato, seguendo le medie mobili e dunque calza a pennello per il nostro esperimento. Simulando un'operatività che inizi nel 2001 e che si concluda in questi giorni, il risultato non è particolarmente ecclatante, genera infatti in otto anni un profitto complessivo pari a 3.704 punti, frutto di 61 operazioni, di cui 8 positive (che hanno generato un profitto medio di circa 1.033 punti) e ben 53 negative (che sono costate mediamente 122 punti ciascuna). Il grafico che rappresenta l'andamento della equity line è rappresentato qui sotto.









Si può notare come il risultato di questa strategia derivi soprattutto dalla crisi degli ultimi anni, diversamente, sarebbe riuscita a perdere denaro nonostante il Dow Jones abbia messo a segno un lungo (anche se non sempre chiarissimo) rialzo che gli ha consentito di segnare moltissimi record storici consecutivi fino al 2007. Il problema, lo si nota facilmente studiando l'andamento della equity line, è l'incidenza di tutti i falsi segnali che si generano quando il trend è assente o non sufficientemente chiaro.
Come possiamo tentare di migliorare la situazione mediante l'utilizzo delle Bande di Bollinger?
Si tratta di utilizzarle per introdurre un filtro sulla media mobile a 200 giorni. I più esperti nella progettazione di trading system potrebbero obiettare che in realtà la cosa migliore da fare sarebbe quella di filtrare i prezzi, non la media, la quale di per sé rappresenta già un filtro. Tuttavia lo scopo di quest'articolo è semplicemente quello di mostrare un metodo originale per stimolare la ricerca di soluzioni non convenzionali e, dato che le bande di Bollinger sono medie mobili modificate, preferiamo lavorare modificando l’indicatore e non il prezzo.
Cerchiamo dunque di adattare la media mobile alla volatilità del mercato. Pertanto utilizziamo una coppia di bande di Bollinger calcolate non alla distanza canonica di due volte la volatilità, perché non devono funzionare come zone di contenimento. Esse semplicemente devono trasformare la media centrale in una banda da cui il prezzo deve fuoriuscire per essere considerato in trend. Pertanto, come mostriamo nel grafico successivo, calcoliamo le bande sommando e sottraendo alla media centrale una distanza pari a 0,3 volte la volatilità.





L'indicatore che otteniamo, è rappresentato nel grafico dei prezzi, ed il risultato è decisamente migliore. La strategia permane di tipo stop and reverse: siamo rialzisti quando il prezzo supera la banda superiore e ribassisti quando penetra sotto la barba inferiore. Si noti come abbiamo totalmente stravolto il metodo di utilizzo delle bande, trasformandole da strumento di trading controtrend, a strumento trend follower. Tutto ciò può essere effettuato lavorando proprio sul ampiezza delle bande. Ebbene, anche una strategia inizialmente così rudimentale come quella stop and reverse, grazie a questo nuovo indicatore produce dei risultati nettamente migliori. Infatti il profitto complessivo sale a 5.638 punti, che sono il frutto di 4 operazioni vincenti (le quali generano mediamente 2.037 punti) e 17 operazioni perdenti (che costano ciascuna 245 punti in media). Il nuovo strumento funziona. Perché? Per due motivi. Innanzitutto riduce il numero complessivo di operazioni da 53 a 21, riducendo in proporzione anche i falsi segnali (ed i relativi costi). Ma questo non è l'unico vantaggio. In realtà esso migliora notevolmente anche il cosiddetto hit rate, ovvero la percentuale di operazioni vincenti, che sale da circa il 15% ad un più accettabile 23,53%.
Va detto, per onestà intellettuale, che un trading system che filtrasse il prezzo, anziché la media mobile (operazione molto più sensata da un punto di vista statistico) otterrebbe un risultato ancora migliore. Ad esempio, una strategia stop and reverse che utilizzasse non l'incrocio tra il prezzo e la media mobile, ma quello tra la media a 10 periodi e quella ad 80 periodi, guadagnerebbe quasi 8.000 punti con 9 operazioni vincenti e 23 perdenti.
Dunque perché noi abbiamo utilizzato questa tecnica così poco ortodossa? Semplicemente per incoraggiare i Lettori ad effettuare esperimenti creativi, ma al tempo stesso anche per stimolarli a riflettere, prima di modificare sensibilmente i parametri canonici degli indicatori di analisi tecnica. A volte può facilmente accadere che si arrivi a stravolgere così tanto lo strumento, da esserne poi ingannati. Quando si apportano modifiche radicali alle tecnologie preesistenti, occorre farlo partendo da un'idea che nasca dalla piena consapevolezza delle caratteristiche e delle potenzialità di ciò che si va a manipolare. Ben venga dunque la creatività nella nostra materia, a patto però che essa sia pienamente consapevole.



Massimo Intropido






MEDIE MOBILI e TRENDLINES, un'interessante parentela.

I Lettori più giovani non hanno assistito al grande sviluppo che l'analisi tecnica ha subito negli anni ’80 e ’90 caratterizzati dall'introduzione di una lunga serie di indicatori quantitativi che hanno, di fatto, rivoluzionato il modo di presentare questa disciplina. Lo sviluppo dei personal computer e dell’informatica, hanno consentito ad un numero sempre maggiore di analisti ed appassionati di analisi tecnica, di sviluppare nuovi indicatori che segnalassero l'inizio e la fine delle tendenze con maggior precisione possibile.
Ne è derivata un'esasperata proliferazione di indicatori, alcuni dei quali come l’RSI e l’ADX, hanno iniziato a godere di grande popolarità, persino eccessiva rispetto alle loro reali qualità. Tuttavia il grande lavoro che è stato svolto in termini di algoritmi quantitativi ci ha dimostrato definitivamente che le difficoltà che comporta l'analisi tecnica non derivano tanto dall'imprecisione degli strumenti, ma piuttosto dal carattere estremamente erratico ed a volte fortemente contraddittorio dei mercati finanziari.
Gli analisti (tra cui chi scrive) con qualche decennio di esperienza sulle spalle, non hanno mai smesso di apprezzare l'efficacia degli strumenti di base dell'analisi tecnica, ovvero delle trendline e delle figure tecniche.
L'utilizzo di queste semplici metodologie lascia indubbiamente degli spazi di interpretazione individuale, ma in mano ad un analista esperto anche le tecniche postulate un secolo fa da Charles Dow, continuano ad essere estremamente valide (e profittevoli!) e, circostanza forse non conosciuta da tutti, a sposarsi in maniera egregia e rassicurante con gli strumenti quantitativi.
In questo articolo voglio infatti mostrare l'utilità di un confronto apparentemente fine a sé stesso come quello tra medie mobili e trendlines. Cercherò di dimostrare che questo paragone non è dissertazione puramente accademica, ma consente di sottoporre ad una discreta analisi quantitativa uno strumento come le linee di tendenza, che ancor’oggi risulta ostico da automatizzare ed apparentemente difficile da valutare in termini oggettivi.
Utilizziamo come terreno di studio il più famoso indice borsistico del mondo, ovvero il Dow Jones:




Nel grafico qui sopra ho rappresentato delle trendlines di medio-lungo periodo unitamente ad una media mobile semplice a 200 giorni. Si può notare come, in alcuni casi, vi sia una quasi perfetta coincidenza tra due strumenti concettualmente molto diversi tra di loro. La media mobile è un indicatore che, come illustrato in altri miei articoli, diventa utile in Borsa quando funziona male dal punto di vista statistico. Vediamo perché. Quando i prezzi sono stazionari, la media mobile passa attraverso di essi, invece quando vi è una tendenza, la media mobile è regolarmente in ritardo rispetto ad essa e quindi tende a stare più vicina agli estremi di prezzo che si oppongono alla tendenza piuttosto che a quelli che l'assecondano.
In altre parole, durante un trend rialzista, la media mobile tende a stare più vicina ai minimi che ai massimi, così come durante una discesa del prezzo si avvicina di più ai massimi rispetto a quanto faccia nei confronti dei minimi. Ma questa situazione è esattamente quella che si deve creare quando si disegna una trendline, poiché quest'ultima rappresenta la condizione minima geometrica necessaria affinché la tendenza possa continuare.
Negli anni, si è rivelato particolarmente vantaggioso tracciare le trendlines in maniera tale che esse funzionassero da supporti per i rialzi e da resistenze per i ribassi. In questo modo si lascia al mercato lo spazio per sfogare la propria tendenza e ci si accontenta del mantenimento dei requisiti minimi di quest'ultima.
Riassumendo, si può dire che l'effetto di ritardo delle medie mobili e la "minimalità" delle trendline fanno sì che questi due indicatori abbiano così tanto in comune da essere quasi intercambiabili.
Quale vantaggio può derivare per l'analista da questa parentela così stretta? Non certo la capacità dei computer di calcolare le performance di una strategia di trading basata sulla media mobile equivalente alle nostre trendlines. Ciò può essere fatto manualmente anche sulla linea di tendenza stessa. Basta solo un po' di buona volontà ed una calcolatrice.
Il fatto di poter lavorare con le medie mobili come buon proxi delle trendlines fatte a mano, consente di mantenere la stessa efficacia e semplicità concettuale di un metodo grafico anche quando ci si avventura nella costruzione di strategie e statistiche basate sulle medie mobili, come ad esempio le bande di Bollinger.
E per quale motivo è ancora oggi interessante elaborare algoritmi basati sulla media mobile, strumento tecnico ormai di antica data? Per sfruttare Il grosso vantaggio che offre la media mobile nella costruzione di formule complesse. Infatti, come molti sapranno, dal punto di vista matematico la media (almeno quella semplice) è un operatore lineare e ciò la rende facilmente elaborabile anche in maniere assolutamente originali. Essa può infatti essere facilmente disaggregabile ed integrabile a piacimento. Qui davvero la fantasia dell'analista può davvero sbizzarrirsi.
Questa forte somiglianza non può certo dirsi una scoperta originale. Si tratta di una circostanza assolutamente nota da decenni agli analisti più esperti. È una condizione di base, una sorta di assioma che rende molto interessante ancora oggi, il continuo sviluppo di indicatori e trading system basati sulle medie mobili.


Massimo Intropido



CLASSI DI VOLATILITA', i quattro volti dei mercati finanziari.

In questi lunghi mesi di incertezza sui mercati finanziari abbiamo assistito a situazioni a dir poco al limite e si è notato come troppe volte gli addetti ai lavori si sono fatti prendere la mano oltre che dagli eventi, anche dalla volatilità che ne è scaturita. Tuttavia durante questa crisi "secolare", data la sua peculiarità, non è accaduto nulla che gli strumenti della finanza quantitativa non sapessero spiegare. L'errore, in primis degli investitori istituzionali che hanno perso ingenti capitali, è stato quello di sottovalutare la possibilità che una crisi dell'intero sistema finanziario spingesse la volatilità dei mercati oltre i livelli entro i quali essa normalmente si mantiene. Cò che è avvenuto non era del tutto prevedibile, ma lo era il meccanismo che ha concretamente prodotto i danni, cioè la volatilità anomala dei prezzi di mercato. Non è questa la sede per riflettere sull'adeguatezza dei criteri contabili applicati dalle banche per valutare i propri investimenti, è invece la sede per riflettere in manera semplice ed efficace su ciò che accade sui mercati quando, oltre al trend, cambia anche la volatilità. Per fare questa riflessione è necessario suddividere gli scenari che si possono incontrare sulle piazze finanziarie in base al livello della volatilità (cioè alta e bassa) ed all'andamento dei prezzi (cioè in trend o non in trend). In questo modo è possibile delineare quattro scenari che, sia pure in maniera generica, raggruppano tutto quanto può accadere sui mercati regolamentati, passiamoli ora in rassegna per comprenderli meglio.

Situazione 1:
Mercato in trend e bassa volatilità
Questa è una buona situazione, poiché consente guadagni limitati, ma a basso rischio. Non è purtroppo uno scenario che si incontra molto spesso sui mercati poiché, in genere, o non succede nulla, oppure avviene qualcosa che spesso fa muovere il prezzi in maniera fin troppo violenta. Quando invece la variazione è più contenuta, ma ben delineata, occorre più pazienza per realizzare profitti interessanti, ma la riduzione del rischio è così importante da compensare lo sforzo in termini d'attesa. Questa è senz'altro la situazione ideale per l'investitore, perché chi investe si pone un orizzonte temporale non certamente breve ed a quel punto il dover attendere non è nulla di fronte al beneficio di rischiare poco. La speculazione, invece, può incontrare qualche difficoltà, specie se la crescita è particolarmente lenta. In casi simili i segnali d'ingresso sul mercato non sono mai molto chiari e lasciano sempre molti dubbi. Inoltre lo speculatore è colui che accetta il rischio, perchè lo sa gestire abbastanza bene ed in cambio vuole guadagni veloci. Agli speculatori, almeno quelli più aggressivi, non piace dover attendere molto per realizzare i profitti, temono il verificarsi di eventi imprevisti ed eccezzionali che, data la forte esposizione con cui normalmente viene effettuata la speculazione, possono provocare danni pesanti al capitale investito, costringendoli addirittura ad interrompere la loro attività di compravendita. Perciò amano i guadagni relativamente veloci, quelli da seguire con attenzione costante e realizzare prontamente.

Situazione 2:
Mercato non in trend e bassa volatilità
Questa, per quanto possa sembrare paradossale, è una situazione di equilibrio per i mercati finanziari, cioè uno scenario nel quale non vi è alcun motivo perché il prezzo debba variare significativamente. Come funzionano i mercati finanziari? Esattamente come qualsiasi altro libero mercato, ovvero seguendo la legge della domanda e dell'offerta. La domanda e l'offerta devono trovare un'accordo, pertanto una delle due deve modificare il prezzo a cui è disposta ad effettuare lo scambio. Se nessuna delle due parti intende modificare le proprie condizioni avvengono pochissimi scambi. È chiaro che in un mercato speculativo è difficile immaginare che il prezzo può sostare per molto tempo senza mostrare variazioni significative, tuttavia per periodi limitati di tempo è possibile assistere ad un suo movimento piuttosto contenuto.

Situazione 3:
Mercato in trend ed alta volatilità
Può sembrare la situazione ideale. Infatti cosa c'è di meglio di un mercato che cresce rapidamente? La risposta è: un mercato che cresce a lungo! Purtroppo una crescita molto elevata raramente è sostenibile per lungo tempo. Il prezzo infatti non può continuare a correre all'infinito, altrimenti raggiungerebbe livelli troppo diversi dalla situazione di partenza per poter essere giustificati. Eppure sui mercati finanziari situazioni del genere si verificano spesso, poiché le Borse non sempre danno origine a movimenti che esprimono il massimo della lucidità, ma al contrario si notano delle configurazioni che evidenziano invece molta emotività da parte degli operatori. Quando ciò accade bisogna certamente essere molto rapidi a sfruttarlo, ma non bisogna lasciarsi prendere dall'ingordigia ed occorre pertanto avere la prontezza di chiudere l'operazione nel momento in cui la tendenza sembra iniziare ad invertirsi. Questo scenario non è necessariamente il migliore per l'investitore, così come non sempre lo è per il trader, anche se quest'ultimo dispone certamente di mezzi migliori per sfruttare con profitto situazioni del genere.

Situazione 4:
Mercato non in trend ed alta volatilità
Apparentemente questo è lo scenario peggiore, poiché non vi è una tendenza ben definita, ma vi sono fluttuazioni molto importanti. Se questa situazione non è certo gradita agli investitori, poiché le forti variazioni di prezzo delle attività finanziarie si trasferiscono inevitabilmente sul portafoglio, per gli speculatori la mancanza di una tendenza, se unita ad alta volatilità, può essere estremamente utile. Infatti, se l'ampiezza delle fluttuazioni è sufficiente, è possibile operare delle speculazioni veloci che possono diventare abbastanza profittevoli. Quello che deve formarsi è il cosiddetto trading range, con un'ampiezza di oscillazione sufficiente a poter essere sfruttata mediante operazioni speculative.

Vediamo ora di capire in che modo si possono riconoscere i quattro scenari sopra discussi. Utilizzeremo l'indice FTSE MIB nel periodo tra ottobre 2008 ed agosto 2009, perché si presta in maniera particolare per evidenziare questi quattro scenari.

Nel grafico che segue







abbiamo suddiviso il periodo di un anno di Borsa in fasi, numerate seguendo lo stesso criterio con cui le abbiamo spiegate qui sopra. Passando ad una breve analisi, notiamo come un anno fa il mercato era ancora nervoso, con saliscendi pronunciati e volatilità ancora bassa, pertanto ci trovavamo in una fase di tipo "
2". In seguito è partito un violentissimo ribasso che ha fatto salire rapidamente la volatilità, facendo sì che quest'ultima toccasse il massimo a dicembre 2008 ad un valore di oltre il 60% su base annua, livello decisamente allarmante, quasi il triplo del normale. Questo anomalia costituiva già un chiaro segnale di pericolo e preannunciava la crisi "secolare", almeno dal punto di vista dell'analisi tecnica. Questo ribasso violentissimo, è stato, come da manuale, un alternarsi di trend ribassisti, fasi laterali o assenza di trend, pertanto la sequenza è stata chiaramente di tipo "3-4-3-4", ovvero trend-laterale-trend-laterale, il tutto caratterizzato da alta volatilità. Ora è perfettamente chiaro che, trend o non trend, le fasi di alta volatilità (o di volatilità anomala) sono in assoluto le più rischiose e difficili per chi si occupa professionalmente di investimenti nei mercati finanziari.
Ad inizio 2009 si è assistito ad un fatto singolare, cioè il trend ribassista è diventato ancora più crudo e violento, ma la volatilità è diminuita, pertanto la sequenza di fasi è stata "
3-4-1", anziché "3-4-3". Perché la fase peggiore del ribasso, ovvero quella da febbraio a marzo di quest'anno ha visto una caduta della volatilità? Semplicemente perché il mercato invertiva la sua direzione più raramente e meno violentemente. Infatti la volatilità misura, tra le altre cose, anche la curvatura del mercato, ovvero la capacità di esprimere forti trend in contrasto tra loro. In questo caso non vi era alcun contrasto: dominava l'orso!
La dimostrazione di ciò sta nella successiva ripresa primaverile, quando l'indice mette a segno una performance strepitosa, ma la volatilità, pur rimanendo alta, non cresce, proprio perché il rally è molto "pulito". La volatilità rimane ancora alta all'inizio dell'estate, vedi l'ultima fase "
4", infine il tentativo ribassista con il successivo a rally estivo (attualmente in corso) sono decisamente di tipo "1", cioè delle fasi di mercato in trend e bassa volatilità.

Non ci si dovrebbe mai limitare alla sola analisi della direzione di un mercato, ma si dovrebbe sempre studiare la volatilità dei suoi rendimenti, poiché nei mercati qualunque guadagno primo poi viene perduto se non si tiene sotto controllo il rischio. Lo studio sistematico delle condizioni complessive di mercato deve far parte necessariamente del bagaglio minimo di abilità di un operatore moderno.


Massimo Intropido




FASCI DI MEDIE per comprendere l'attitudine del mercato.


In questa "pillola di analisi tecnica" esaminiamo da vicino lo strumento ideato da Daryl Guppy, simpatico e famoso trader australiano, autore di "Market Trading Tactics" (tradotto in italiano con il titolo di "Lo specialista del trading", edizioni Trading Library) per comprendere l'attitudine del mercato ad imboccare trend ben precisi o persistere in fasi di lateralità, con prezzi che non si discostano molto tra loro.
Guppy si pone il problema dell'attendibilità dei segnali di analisi tecnica forniti dai più famosi indicatori. In particolare si domanda se sia possibile stabilire l'attitudine di un trend che sta iniziando a trasformarsi in un movimento di prezzo sostanzioso oppure no. Paragona, simpaticamente, le Borse ai mercatini che si trovano nelle isole turistiche, nei quali gli acquisti non avvengono ad un prezzo fissato, ma piuttosto dopo trattative lunghe, in cui si generano molti prezzi diversi, anche se di poco, per lo stesso bene. Questo a a causa della differente attitudine alla trattativa commerciale da parte dei vari turisti che acquistano. Secondo Guppy, ogni equilibrio che si crea sui mercati finanziari è decisamente instabile. Ogni fase di stabilità è solo temporanea ed apparente e precede importanti movimenti di prezzo.
Lo strumento che Guppy decide di utilizzare per capire se il mercato stia "mercanteggiando" oppure se vi è un forte accordo su un valore via via crescente o decrescente di un titolo, è la media mobile, anzi, un gruppo di medie mobili, come quello raffigurato nel grafico successivo.






Si tratta del nostro indice FTSE MIB, sul quale sono state tracciate sei medie mobili calcolate secondo il metodo proposto dallo stesso Guppy, ovvero a 3, 5, 8, 10, 12 e 15 giorni. Le zone che abbiamo contraddistinto con le lettere da "A" ad "E" rappresentano fasi di congestione, durante i quali le diverse medie mobili si sovrappongono e si compattano. Quando invece accade qualche cosa che muta in maniera continuativa la percezione del valore dell'indice, in altre parole quando inizia e rimane attivo un trend, le sei medie mobili si distendono come righe di un quaderno e non tornano mai su sé stesse, segnalando che non vi è in atto un mercanteggiamento, cioè un'oscillazione del prezzo tra il valore di oggi e quello dei giorni precedenti, ma è iniziato un fenomeno di variazione collettiva della valutazione del valore. Ebbene, quest'ultima circostanza è proprio quella preferita da un trader, perché è durante queste fasi che il prezzo muta in maniera sufficientemente ampia e regolare da riuscire a generare un profitto, sia esso al rialzo o al ribasso.
Lo stesso ragionamento può essere effettuato anche su un orizzonte temporale di più lungo periodo. In questo caso Guppy utilizza un altro fascio di sei medie mobili, rispettivamente a
30, 35, 40, 45, 50 e 60 giorni. Sovrapponiamo questi indicatori ai precedenti nel grafico 2 qui sotto.






Valgono ancora le stesse considerazioni fatte a proposito delle medie più veloci, ovvero nelle zone "F","G" ed "H" vi è un sostanziale accordo di lungo periodo tra compratori e venditori (mercanteggiamento).
Se si sovrappongono i due fasci di medie mobili si ottiene un indicatore composito decisamente singolare, ma affascinante, il cosiddetto "MMA" di Guppy.






Ai Lettori almeno quarantenni, quest'incrocio di linee sinusoidali non può non ricordare i complicati ed eleganti intrichi di onde che componevano le vecchie sigle di inizio e fine programmi della RAI, ai tempi delle trasmissioni in bianco e nero. Fatto questo excursus nostalgico vediamo come Guppy interpreta il suo indicatore:

- Le fasi in cui entrambi i fasci di medie mobili sono ben distesi ed orientati nella stessa direzione rappresentano quelli in cui avviene un'importante svolta dei mercati, cioè quelli in cui non vi è equilibrio stabile né nel breve periodo, né nel lungo (questi sono i concetti di breve e lungo periodo di Guppy. Quelli di altri investitori possono essere differenti).

- Le fasi in cui i due gruppi di medie si incrociano tra di loro (come ad esempio nella zona "M") rappresentano momenti in cui il forte disequilibrio di breve periodo rischia di trasferirsi anche sul lungo periodo.

- Le fasi in cui i due gruppi di medie mobili si accavallano tra di loro ed al loro interno (zona "L") rappresentano, sempre secondo Guppy, una fase di "massimo mercanteggiamento", ovvero di sostanziale accordo sul prezzo tra gli operatori di lungo periodo e quelle di breve.

- Le fasi in cui appare "mercanteggiamento" dopo un trend di breve periodo ed al di sopra di una tendenza ancora ben distesa nel lungo periodo (come nella zona "N") sono periodi in cui la mancanza di spunti nel breve periodo rischia di interrompere anche la tendenza di lungo.

- Le fasi in cui le medie di breve si allungano, allontanandosi molto rapidamente da quelle di lungo che sono invece intricate (zona "P") sono i momenti che il trader non dovrebbe lasciarsi sfuggire, ovvero quelli in cui può avere inizio una tendenza importante.

Possibili regole di trading
Guppy precisa che il suo MMA non è un trading system. Tuttavia suggerisce che i momenti propizi per l'apertura di posizioni speculative sono quelli durante i quali il fascio di breve si distende e si allontana da quello di lungo periodo. Egli divide i trader in due categorie: gli aggressivi prenderanno posizione nei primi momenti del fenomeno, i prudenti attenderanno i momenti successivi e magari anche i primi segnali di distensione da parte delle medie di lungo periodo.
Si dovrebbe prendere beneficio, quindi realizzare i profitti, nei momenti in cui le medie di breve tornano ad incrociarsi dopo un trend e/o si avvicinano pericolosamente a quelle di lungo periodo, come ad esempio nella zona "N" o immediatamente a sinistra della zona "M".

Pregi e difetti

La genialità del metodo di Guppy sta nell'utilizzare congiuntamente molte medie mobili. In fondo il suo metodo è una versione più articolata del MACD di Gerald Appel, ma è più sofisticato ed affascinante, perché i segnali operativi devono essere generati contemporaneamente da almeno 6 indicatori, se non addirittura da 12. L'utilizzo congiunto di così tanti indicatori simili e calcolati su orizzonti temporali così vicini è un metodo geniale per filtrare il "noise", ovvero i disturbi erratici che generano così tanti falsi segnali nei sistemi di trading basati sulle medie mobili. Nella creazione di questo metodo si vede la mano del trader vero, cioè di colui che ha provato tante volte ad essere ingannato da movimenti di prezzo del tutto estemporanei. I difetti del metodo sono quelli classici delle medie mobili, ovvero i ritardi nel fornire i segnali sia di entrata che di uscita. Invece l'altra pecca delle medie, ovvero quello di incrociare il prezzo troppo spesso durante le fasi di mancanza di trend, è fortemente eliminata dall'MMA proprio perché esso richiede che tutte le medie siano ben distese, cosa che non può accadere se non vi è almeno nel breve termine un trend che abbia una certa consistenza.

Si può concludere dicendo che quello di Guppy, più che un indicatore, è un approccio completamente innovativo e decisamente elegante. Con le opportune modifiche può costituire la base di molti interessanti trading system.


Massimo Intropido



MOMENTUM, ovvero il motore degli indicatori

La volatilità sui mercati finanziari si può misurare in vari modi, ma fa sempre riferimento alla variazione di prezzo all'interno di un periodo di calcolo prefissato. Questa logica è alla base del calcolo della maggioranza degli indicatori di analisi tecnica. In particolare, se pensiamo ad un concetto che misura l'intensità della variazione del prezzo, non possiamo non riferirci al cosiddetto momentum , cioè la velocità con cui varia un prezzo di mercato. Il grafico seguente esprime visivamente il concetto, utilizzando un triangolo in cui il momentum è l'ipotenusa.



Ebbene, il momentum, cioè la velocità con cui il prezzo varia, rappresenta il "motore" di quasi tutti i più famosi indicatori quantitativi di analisi tecnica, poiché essi utilizzano il prezzo come materia prima. Certamente i singoli strumenti di analisi si diversificano tra di loro in base agli aspetti dei mercati che si propongono di studiare, ma ciò che li fa muovere è sempre il prezzo, o meglio, il suo momentum. Detto questo, iniziamo subito a studiare il problema in concreto. Di seguito riportiamo l'indicatore di momentum più classico, ovvero la differenza tra l'ultimo prezzo disponibile ed un prezzo che risale a qualche tempo addietro. Poiché il nostro scopo è quello di confrontare il momentum con altri famosi indicatori di analisi tecnica e poiché questi ultimi vengono calcolati utilizzando nella formula delle medie mobili, calcoliamo il nostro indicatore di momentum non come una semplice differenza tra i prezzi, ma piuttosto come media mobile di una differenza tra i prezzi, in maniera tale da rendere più morbido il grafico proprio per effetto dell'inserimento della media all'interno della formula di calcolo. Di conseguenza il diagramma del Momentum a 30 giorni, smussato da una media mobile semplice a 10 giorni, calcolato sull'indice FTSE MIB è il seguente:





Il grafico di un indicatore del genere continua ad oscillare intorno allo zero, essendo una differenza tra due prezzi. Assume valori fortemente negativi nei momenti in cui il mercato scende con molta rapidità, essendo quello il momento in cui è massima la differenza di prezzo tra il presente e il passato, così come massima è la differenza (questa volta in positivo) quando il prezzo risale in maniera altrettanto veloce, come ad esempio durante la primavera 2009. L'ampiezza in valore assoluto dell'indicatore (cioè della differenza di prezzo) rappresenta appunto il momentum, vale a dire ciò che nel linguaggio comune viene definito come movimento di mercato. In altre parole, quando si dice che il mercato si muove molto (in bene o in male) ci si riferisce a periodi in cui il momentum è molto elevato, in positivo o in negativo. Ma questa grandezza, lo si intuisce facilmente, è di fatto un sinonimo di volatilità, ovvero di variabilità di prezzo, poiché quest'ultima si misura sia calcolando la differenza tra il prezzo attuale ed un prezzo passato, sia calcolando la media delle variazioni giornaliere di prezzo. Nel grafico che segue





abbiamo sovrapposto al momentum proprio la media a 40 giorni delle variazioni giornaliere di prezzo ed il risultato, una volta depurato dall'effetto dimensionale, è un andamento sorprendentemente identico. Si potrebbe obiettare che le misure di volatilità più canoniche non tengono conto tanto della velocità con cui varia il prezzo, ma della variabilità di quest'ultima. Infatti la formula della volatilità storica (strumento universalmente impiegato come indicatore di rischio) misura non la media delle variazioni giornaliere, ma la media degli scarti dalla media di queste ultime, cioè lo scarto quadratico medio delle variazioni giornaliere. In effetti come misura di rischio è migliore la volatilità storica, ma come indicatore di volatilità assoluta (cioè variabilità di prezzo unita alla sua direzione) è senz'altro più indicativo il momentum, perché, come si vedrà tra poco, non viene introdotto come misura alternativa di rischio, ma semplicemente per mostrare visivamente cos'è che viene misurato dal indicatori di analisi tecnica.


Iniziamo questo studio proprio da un oscillatore molto famoso, ovvero il
MACD,





che viene calcolato come differenza tra una media mobile esponenziale a 12 giorni ed una a 26 giorni. Essendo la prima media molto più reattiva della seconda, se la differenza tra le due è positiva significa che il prezzo sta salendo e viceversa nel caso contrario. A questo indicatore si associa poi la sua media mobile a 9 periodi per far sì che l'incrocio tra le due linee indichi il cambiamento di tendenza del momentum, cioè la perdita di velocità del prezzo che precede l'inizio del movimento nella direzione opposta. Anche in questo caso la somiglianza è impressionante, quindi possiamo dire tranquillamente che il MACD, indipendentemente dalla sua validità come strumento di trading, misura il momentum di prezzo.

Studiamo ora lo
STOCASTICO, ovvero l'indicatore che nasce per indicare le situazioni estreme di prezzo, i cosiddetti ipercomprato ed ipervenduto, sempre con la logica di tentare di individuare, per tempo, le possibili inversioni di tendenza del prezzo.





Anche in questo caso variamo leggermente i parametri di calcolo, pertanto anziché la combinazione 5,3,3 utilizziamo uno stocastico a 40,10,5 barre. Sovrapponendolo al tracciato del momentum, si nota come quest'ultimo piloti anche lo stocastico. Infatti, come può un prezzo salire senza trovarsi spesso vicino ai propri massimi? E come può un prezzo scendere senza trovarsi spesso vicino ai propri minimi? Dunque, come può l'andamento dello stocastico differire troppo da quello del momentum?

Da ultimo effettuiamo il confronto con l'
RSI, ovvero l'indicatore di forza relativa ideato da Welles Wilder, che viene calcolato come rapporto tra la media delle chiusure al rialzo delle ultime 40 sedute e la media delle chiusure al ribasso, sempre delle ultime 40 sedute.





Anche in questo caso abbiamo modificato leggermente il parametro rispetto all'originale, solo per omogeneità di calcolo è infatti risultato, ancora una volta, è una fortissima somiglianza.

Dunque cosa ci dimostra questo rapido e semplice studio? Ci illustra come il fattore principale che indirizza i principali indicatori di analisi tecnica è il momentum di prezzo. Si potrebbe dire che la stessa analisi tecnica è nata come disciplina per lo studio del momentum di prezzo. Ma, soprattutto, questo studio ci insegna che è inutile perder tempo a cercare di capire quale indicatore tecnico sia meglio degli altri.
È sufficiente regolarli in maniera opportuna e tutti finiscono col dire la stessa cosa. Quindi l'analista ed il trader dovrebbero soprattutto preoccuparsi di scegliere non tanto l'indicatore giusto, quanto il periodo di calcolo più adeguato alle loro strategie e poi seguire con attenzione l'andamento del loro indicatore preferito.


Massimo Intropido



Diverse ONDE, diversi atteggiamenti


Da quando è stata inventata più di un secolo fa da Charles Dow, l'analisi tecnica ha sviluppato un insieme di regole ed un linguaggio che si sono diffusi via via in maniera capillare all'interno della comunità finanziaria americana prima e di quelle del resto del mondo poi. Tra i termini più famosi conosciuti ci sono senz'altro quelli di rialzo, di ribasso e di onda. I primi due concetti sono, almeno dal punto di vista lessicale, così chiari da sembrare quasi banali, mentre il termine onda dà senz'altro l'idea del movimento. Pertanto quando si parla di onda rialzista è facile intuire che si intende un movimento in cui prezzi crescono e viceversa, nel caso in cui sia menzionato il termine onda ribassista. Con questi tre vocaboli è possibile descrivere un intero ciclo di borsa, cioè un lungo rialzo ed un lungo ribasso che, sommati temporalmente, danno vita ad un unico movimento storico che dura tipicamente diversi anni. In effetti è proprio così che Dow descrisse a fine '800 i cicli di borsa che egli studiava sia per motivi speculativi, sia perché si era reso conto che essi anticipano la dinamica della congiuntura economica, la quale incideva e incide tuttora sul benessere delle nazioni. Di fatto, quindi, il modello che Dow aveva costruito per l'andamento di borsa non era nient'altro che il barometro (secondo un termine molto in voga in quell'epoca) dell'economia. In effetti nella spiegazione che Dow fornisce delle varie fasi dell'andamento di borsa egli accenna spesso all'andamento dell'economia sottostante.Ttipicamente, il trend primario rialzista (cioè il più lungo ed il più importante) venne descritto da Dow nella forma che noi rappresentiamo nel grafico seguente.


TREND PRIMARIO RIALZISTA



Un rialzo parte sempre dalla fine del ribasso precedente. Questo concetto non è così banale come potrebbe sembrare. È ovvio che il movimento dei prezzi è un tutt'uno, ma è la sostanza di quel movimento che non è affatto scontata. Infatti la prima fase del rialzo si svolge semplicemente perché il mercato è fortemente compresso verso il basso e perché l'economia va così male che peggio non si può. Quindi, di fatto, è come se la prima fase (onda) rialzista fosse virtualmente una potente e duratura reazione alla drammatica fase finale del lungo trend ribassista (che descriveremo tra poco). Ciò che conta ricordare è che in questa fase il rialzo è quasi esclusivamente di natura speculativa, poiché non è ancora supportato dall'economia, in questa fase ancora molto malata.
Dopo una prima reazione contraria (quindi negativa) si assiste ad una seconda fase di forte rialzo, che in questo caso si fa forte dell'effettivo miglioramento della congiuntura economica. Tale movimento è dunque più "sostanzioso" del precedente in quanto giustificato ed alimentato dai fondamentali.
Dopo un'ulteriore reazione negativa (ritracciamento) inizia la fase dell'euforia, un periodo di forte emotività durante la quale vengono attratti sui mercati anche operatori che normalmente non vi partecipano, poiché la rapidità con cui si guadagna è troppo grande per poter essere trascurata. Questo movimento genera naturalmente degli eccessi di prezzo che ad un certo punto (il momento esatto è impossibile da prevedere) danno origine ad un trend primario ribassista.

TREND PRIMARIO RIBASSISTA





Anche in questo scenario le fasi sono tre. Durante la prima i prezzi scendono perché si intuisce che sono esagerati, ma non è ancora diffusa l'opinione di trovarsi all'inizio di una recessione. D'altra parte, come dicevamo a proposito dell'inizio di un trend primario rialzista, nella memoria più fresca degli operatori c'è un lungo rialzo e dunque è difficile accettare immediatamente l'idea che le cose possano cambiare in maniera sostanziale.
Anche durante un ribasso primario si vivono nelle fasi di reazione (in questo caso al rialzo), che però non impediscono il verificarsi della seconda fase, quella che segna l'inizio vero e proprio della recessione. In questo caso, esattamente come nella fase 2 del rialzo, la borsa si muove in totale sintonia con l'economia che inbocca sempre più chiaramente la via del declino.
Dopo un'ulteriore reazione inizia la fase finale del ribasso, contrassegnata da forte emotività, durante cui si diffondono panico e fallimenti ed arrivano gli inevitabili interventi governativi. Questa è la fase degli eccessi in cui il guaio sembra troppo grosso per poter essere risolto rapidamente.

Si comprende facilmente che rialzo e ribasso sono due fasi che mostrano un andamento del prezzo opposto, ma quasi identiche da un punto di vista psicologico.

Infatti:

- La prima fase (onda) di rialzo e di ribasso sono caratterizzate da scetticismo sul possibile cambio di tendenza. Ciò deriva dal fatto che tali movimenti si oppongono al trend primario precedente, che durando anni ha creato e diffuso nella mente di operatori ed investitori un atteggiamento ben radicato (ottimismo o viceversa pessimismo ad oltranza).

- La seconda fase di rialzo-ribasso è quella supportata dai fondamentali, cioè da un'inversione effettiva di tendenza anche da parte della congiuntura economica. In questa periodo inizia ad aumentare la partecipazione degli operatori e degli investitori proprio perché la tendenza è supportata dall'andamento dell'economia.

- La terza fase di rialzo-ribasso è quella degli eccessi, dei castelli di sabbia (durante il rialzo) e dei disastri (durante il ribasso). È la fase in cui le notizie di borsa occupano le prime pagina dei giornali, grazie ai nuovi record durante il rialzo ed a causa dei fallimenti durante il ribasso. È la fase in cui si pensa che la tendenza durerà per decenni invece che per anni, perché si ritiene che le modifiche economico-finanziarie imposte dal boom o dalla crisi modificheranno in maniera irreversibile le leggi fondamentali dell'economia e della finanza. Ciò chiaramente non è vero, ma ogni volta si finisce per crederlo. Infatti, proprio per cercare di cambiare le regole, durante tali periodi di crisi, i governi modificano le leggi per evitare di ricadere negli squilibri che hanno generato esasperazioni e disastri finanziari. Ma ogni volta falliscono, perché durante il boom successivo il libero mercato crea da sé nuovi prodotti e nuovi motivi di instabilità.

Questa lettura di tipo psicologico è essenziale per leggere correttamente lo stato in cui si trovano i mercati, evitando così di essere coinvolti negli errori più diffusi, da comprendere a fondo se possibile e sfruttati a proprio vantaggio. Il funzionamento della finanza, estremamente ripetitivo nel manifestarsi, ogni volta con spoglie diverse ogni volta, ma identica sostanza, ne semplifica la comprensione, purché la si legga nell'esatta maniera.


Massimo Intropido



Alcune riflessioni sulla MEDIA MOBILE

Nel corso degli anni, l'analisi tecnica si è arricchita di un numero via via crescente di indicatori, grazie allo sviluppo della ricerca e stimolato dalla disponibilità di computer che consentono lo svolgimento di un gran numero di test in un tempo relativamente ristretto. Il prodotto di questa gran mole di lavoro è stato duplice: da un lato si è arrivati all'ideazione di diversi interessanti strumenti di analisi, dall'altra si è sviluppata una sorta di gara fra vari analisti, avente come posta in palio la creazione dell'indicatore più sofisticato ed impressionante. Questo secondo aspetto ha portato spesso a considerare superati, in maniera troppo frettolosa, degli strumenti che avevano eccellenti potenzialità, tra i quali le medie mobili, classico esempio di strumento poco apprezzato, di cui tanti parlano in termini non proprio lusinghieri, ma di cui non possono fare a meno. Perché vengono criticate le medie mobili? Perché, non si riesce a farne a meno? Perché la media mobile ha una caratteristica che la rende non facilmente sostituibile, indica la presenza dei trend di prezzo, come tanti altri indicatori, ma si snoda all'interno dello stesso grafico dei prezzi poiché è calcolata con la stessa unità di misura. In questo modo, similmente alle Bande di Bollinger, ma differentemente da altri indicatori quali l’RSI o il Macd, può essere agevolmente utilizzata per individuare le aree in cui collocare opportunamente ordini d'apertura di posizioni, di stop loss e profit taking. Questo è un vantaggio non da poco se l'utilizzatore non è un semplice analista tecnico, ma ha un compito operativo, cioè è un trader o un gestore. Spieghiamo con un esempio attuale quanto abbiamo appena citato. Nel grafico seguente, è rappresentato l'andamento recente dell'indice Dow Jones, unitamente alla sua media mobile semplice a 50 giorni. Durante il periodo di tempo considerato, da ottobre 2008 a fine giugno 2009, la media mobile ha segnalato correttamente la tendenza ribassista, fornendo però un falso segnale d'acquisto nei primissimi giorni del 2009, per poi indicare, sia pure in maniera contrastata, il cambiamento di tendenza alla fine di Marzo e l'inizio di Aprile 2009.





Sotto il profilo tecnico, nel periodo che noi prendiamo in considerazione, la media mobile ha fornito tre segnali di acquisto, di cui due errati ed uno corretto. Il bilancio statistico dell’affidabilità dei segnali sembrerebbe alquanto deficitario, poiché presenta un margine di errore del 67%. Tuttavia questo, dal punto di vista del trading, non è un ragionamento completo. Infatti nel giudicare l'affidabilità di un indicatore non conta tanto la percentuale dei segnali di successo, ma anche quello che succede utilizzando tali segnali. Ebbene, la media mobile a 50 giorni, quando ha fornito un segnale errato, ha poi inviato subito un’indicazione di stop loss vicinissima, il che ne fa uno strumento che si adegua molto bene ad uno dei principi fondamentali del trading, ovvero “cut your losses and let your profits run”. La media mobile, in quanto indicatore di trend, riesce a far correre i profitti e far tagliare le perdite. Inoltre rappresenta un ottimo trailing stop, dal momento che insegue i prezzi una volta che sia iniziata la tendenza. Questa è proprio la sua caratteristica più apprezzabile ed utile. La media mobile viene spesso criticata perchè quando non vi è trend, ma lateralità, tende ad essere attraversata troppo facilmente dai prezzi. L'osservazione è appropriata, ma va considerata come un problema statistico, non un difetto dello strumento. Vediamo di spiegare il concetto. Proviamo per un attimo a pensare non in termini borsistici. Immaginiamo un fenomeno stazionario,





esso non presenterà dati esattamente uguali tra loro, ma, non essendovi evoluzione, le differenze saranno contenute. I dati anomali possono essere frequenti, ma tendono ad annullarsi tra di loro. Pertanto, in una situazione simile, la media tende a stare in mezzo ai dati ed essere un ottimo descrittore del loro ordine di grandezza. Pensiamo invece ad un fenomeno in evoluzione, come ad esempio il reddito pro capite di un Paese in via di sviluppo. Esso avrà certamente degli alti e bassi e la sua media tenderà a compensarli, tuttavia, tanto più l'evoluzione sarà rapida, tanto più i dati più vecchi tenderanno ad essere inferiori alla media, mentre quelli più recenti tenderanno ad essere superiori. Questo fa sì che la media sia costantemente in ritardo rispetto alle ultime osservazioni. Qual è l'errore che si commette in questo caso descrivendo il fenomeno attraverso la media? Dipende dalla tendenza del fenomeno stesso: se essa è di crescita, la media tenderà a sottostimare il fenomeno, proprio perché in ritardo rispetto agli ultimi dati disponibili. Il contrario accade se il fenomeno presenta una tendenza a diminuire.
Riassumendo, possiamo dire che la media mobile, altro non è che una comunissima media statistica che viene aggiornata continuamente e funziona bene per il trading quando funziona male dal punto di vista statistico e viceversa. I ritardi della media mobile rispetto al prezzo, definiscono proprio la forza della tendenza di quest'ultimo, il cosiddetto momentum. Dunque i falsi segnali non sono mai colpa della media mobile, ma semplicemente della relativa stazionarietà del mercato. Così come non è merito della media mobile la sua capacità di indicare così chiaramente una tendenza quando ne esiste una, ma anzi questa qualità deriva da un suo “difetto” statistico. Tali considerazioni dovrebbero far comprendere come la mentalità dell'analista tecnico ed ancor più quella del trader, debba essere decisamente "non convenzionale", anche da un punto di vista statistico. Per lo speculatore è più importante adeguarsi alla realtà che descriverla. Ed è per questo motivo che gli è così utile uno strumento proprio nel momento in cui la disciplina scientifica da cui scaturisce ne sottolineerebbe i limiti. I trader non sono scienziati, sono dei “semplici” commercianti, il cui scopo non è descrivere esattamente la realtà, ma "semplicemente" trarne guadagno.

Massimo Intropido




IL TREND: la via dell'analisi tecnica

L’articolo che state per leggere potrà forse sembrarvi di tipo introduttivo, pensato per chi non ha mai studiato nulla di Analisi Tecnica. In realtà esso rappresenta l’analisi tecnica pura, ovvero i principi di base su cui si fonda tutta la materia. Queste basi sfruttano gli insegnamenti originali del suo fondatore, ovvero Charles Dow, giornalista ed economista che l’ha delineata a cavallo del 20° secolo. Lo scopo dell’analisi tecnica è uno solo: lo studio della tendenza, per fare previsioni da applicare al trading.
La tendenza, ahimè, è un carattere assai difficile da studiare, perché, almeno nei mercati finanziari, non è mai ben chiaramente definibile, ma presenta piuttosto un andamento incerto e travagliato, molto spesso ingannevole e, vedremo più avanti, quando diventa troppo evidente inizia ad essere pericolosa. La fortuna dell’analista è che i prezzi, nel loro andamento multiforme, disegnano figure la cui impostazione può essere indicativa. Le figure più semplici ed indicative per definire la tendenza sono i massimi e i minimi.

Dal grafico che segue



è facile desumere che il trend rialzista della figura di sinistra è definito da massimi e minimi via via maggiori l’uno rispetto all’altro, nella figura di centro il trend ribassista è evidenziato da massimi e minimi decrescenti, mentre nell’ultima figura a destra incontriamo il cosiddetto
sideways o choppy market, il cosiddetto mercato laterale, quello in cui non si formano sostanzialmente nuovi massimi e nuovi minimi, ma si ha un andamento abbastanza ripetitivo e quindi prevedibile del mercato.

Da questa osservazione possiamo definire 3 tra le più importanti regole fondamentali dell’analisi tecnica e cioè che:
• minimi crescenti indicano una tendenza rialzista;
• massimi decrescenti indicano una tendenza ribassista;
• massimi sostanzialmente costanti indicano una tendenza laterale;

Se congiungiamo con delle linee questi massimi per il mercato ribassista e minimi per quello rialzista otteniamo le cosiddette trendlines o linee di tendenza che, oltre ad identificare i trend, sono importanti perché le loro eventuali perforazioni da parte del mercato indicano un cambiamento di tendenza. Ciò spiega il motivo per il quale le trendline si disegnano utilizzando i minimi per le tendenze rialziste ed i massimi per quelle ribassiste. Infatti se vengono disegnate in questo modo esse funzionano da supporti per i mercati in rialzo e da resistenze per quelli in ribasso. Abbiamo introdotto due concetti nuovi, supporto e resistenza. Vediamo allora di capire esattamente di cosa si tratta.
I
minimi sono punti in cui il mercato ha rimbalzato. Perché lo ha fatto? Perché a quel prezzo i compratori hanno iniziato a trovare interessante il prezzo ed hanno iniziato ad acquistare. Questi acquisti hanno spinto all’insù il prezzo di mercato e ciò ha destato l’interesse di altri compratori che, con i loro acquisti, hanno spinto ancora più su il prezzo ecc. Quindi il prezzo minimo, quello che ha scatenato il rimbalzo, ha sostenuto il mercato proprio come un supporto sostiene un oggetto.
Ed una resistenza? In questo caso il mercato sale in continuazione, poi, in corrispondenza di un certo livello di prezzo che costituirà il
massimo, i compratori, sia perchè non disposti a pagare più di quel prezzo, sia perchè quel livello di prezzo ha portato in utile gli acquisti effettuati in precedenza (alimentando la loro voglia di vendere) decideranno di vendere, il prezzo quindi inizia a scendere attirando altre vendite che lo spingono ancor più giù ecc. In questo caso il massimo ha agito come resistenza ostacolando il mercato. Se rappresentiamo questi ragionamenti con un grafico, il quadro diventa più palese:



Osservando il grafico viene spontaneo pensare che in un rialzo il mercato sfonda un massimo dopo l’altro, mentre in una fase ribassista il mercato schianta una resistenza dopo l’altra. A parte la dizione un po’ retorica (ma i rialzi ed i ribassi di borsa, specie se violenti, si vivono molto pittorescamente, con tifo calcistico quando i propri titoli salgono e disperazione leopardiana quando si perdono soldi), si nota come un movimento di borsa, tranne quando vengono segnati nuovi massimi o minimi storici, presenta sempre dei livelli di prezzo che sono particolarmente significativi per verificare la forza del trend. Tali livelli sono proprio i supporti e le resistenze. Un concetto importante da ricordare e che quando i supporti non cedono in un mercato orso e le resistenze non vengono oltrepassate in un mercato toro, va prestata la massima attenzione al trend, poiché vi è una un'alta probabilità che esso stia per cambiare.

Seguendo quanto rappresentato nel grafico di seguito



si nota quale sia il valore segnaletico della tenuta di una resistenza e di un supporto. Essi indicano infatti l’inizio di una fase di congestione nella quale il movimento di prezzo si arresta e non riesce a prendere una nuova direzione o a continuare quella precedente. Ciò può indicare l’inizio di un’inversione ed in in tali situazioni, i trader più scaltri, si allertano ed alcune volte alleggeriscono le loro posizioni per non essere colti a sorpresa nel caso di inversione del trend.
A questo punto sorge una domanda: una trendline può essere considerata un supporto dal momento che viene tracciata usando i minimi (rialzo) o i massimi (ribasso)?
Altroché! Una trendline non è nient’altro che un supporto od una resistenza dinamica, in quanto il suo livello varia ogni giorno, mentre un singolo massimo o minimo è una resistenza od un supporto statico, cioè nel tempo presenta sempre lo stesso valore. Un nuovo grafico chiarisce il concetto.
Osservando il grafico



Un supporto dinamico è “più tecnico” di uno statico, poiché quest’ultimo è un semplice prezzo che tutti possono ricordare, mentre il primo nasce da un’analisi grafica (il tracciamento di una trendline rialzista) che necessita un minimo di conoscenze tecniche per essere effettuato.
Domanda conseguente: una volta che supporti e resistenze vengono superati perdono di valore?
Niente affatto! Anzi si trasformano l’uno nell’altra, vale a dire (ed è un’altra regola fondamentale dell’analisi tecnica) una volta rotto un supporto diventa resistenza e viceversa. Cerchiamo di capire come ciò avvenga osservando il grafico di seguito. Supponiamo che un certo titolo non abbia mai superato il prezzo indicato nel grafico con P.



Avendo il titolo in portafoglio, ci domandiamo a quale prezzo dovremo pensare di vendere. Senz'altro dalle parti di P, perché l’esperienza ci ha insegnato che oltre tale livello il prezzo non sale. Allora vendiamo convinti di aver fatto un grande affare! Peccato che questa volta il prezzo sale oltre (c’è poco da ridere, succede spesso!), mentre ci mangiamo le mani per la rabbia il prezzo si posiziona al livello Q e poi riscende. Pregustando la rivincita, aspettiamo che il prezzo scenda un po’ per riacquistare il titolo. Domanda: fin dove a senso aspettare? Risposta: nuovamente fino a P, perché, indipendentemente dalla scaramanzia, P è un prezzo che ha invertito la tendenza di mercato per ben due volte e, quando è stato superato, ha indotto nuovo interesse ed ottimismo per arrivare fino a Q.
Quindi P è un prezzo che funziona da spartiacque, nel senso che prima il mercato non riusciva a superarlo e dunque P funzionava da barriera (resistenza), poi il suo superamento ha dato energia al mercato, perché ha indicato agli operatori che qualcosa era cambiato. Infatti essi ora pensano che il livello di prezzo P, in corrispondenza del quale è nato nuovo ottimismo, potrebbe suscitarlo nuovamente e perciò è lecito trattarlo come supporto, cioè come prezzo in corrispondenza del quale può verificarsi un rimbalzo. Allora riacquisteremo dalle parti di P e aspetteremo a vendere dalle parti di Q. Se, dopo aver acquistato il prezzo scendesse nuovamente al di sotto di P dovremmo vendere anche se in perdita (stop loss) per evitare di vedere il prezzo scendere fino ad O con il titolo in portafoglio (dopo di che ciascuno è libero di esprimere la propria rabbia come meglio crede). Ecco dunque a cosa servono supporti e resistenze. Sono simili a delle "pietre miliari" disposte lungo una strada per consentire l’orientamento, in questo caso dell’analista tecnico e del trader.


Massimo Intropido



Scegliere la MEDIA giusta

Le medie mobili che si adattano automaticamente al mercato

Le medie mobili rappresentano probabilmente l'indicatore di analisi tecnica più antico della storia. Esse costituiscono uno strumento prettamente statistico, che tuttavia viene utilizzato dai trader e dagli analisti in maniera, per così dire, antistatistica, cioè si sfrutta il ritardo delle medie stesse nel descrivere l'andamento del prezzo. Pertanto, la regola di analisi tecnica prevede che vi sia un trend rialzista quando il prezzo sta al di sopra della media mobile e il trend è particolarmente forte quanto più ampio è il divario fra il prezzo e la media stessa. Ma ciò equivale a dire che il trend di borsa è tanto più forte quanto più l'indicatore statistico é in ritardo rispetto al valore che dovrebbe descrivere. Seguendo la stessa logica si può dire l'opposto a proposito di una tendenza ribassista. In quel momento, infatti, il prezzo sarà al di sotto della media mobile con un divario maggiore quanto maggiore è la forza del trend negativo.
Quando la media mobile inizia a funzionare bene dal punto di vista statistico, ovvero si pone in mezzo ai prezzi (essendone la media) il suo ruolo diventa meno utile per l'analisi tecnica orientata al trading. Infatti, in quel momento il trend è laterale, cioè non vi sono variazioni sostanziali di prezzo che non siano prontamente riassorbite. Il tutto può essere facilmente riscontrato nel grafico che segue relativo all'andamento del cambio Euro/Dollaro.



Le zone contrassegnate con una lettera "A" sono leggeri momenti di rialzo, in cui la media mobile rimane al di sotto dei prezzi e dunque non funziona benissimo dal punto di vista statistico. Allo stesso modo le zone contrassegnate con una lettera "B" rappresentano dei chiari ribassi, durante i quali la media mobile sta al di sopra del prezzo, mostrando anche in questo caso delle carenze descrittive dal punto di vista statistico. Laddove invece la media mobile funziona bene come descrittore del prezzo, ovvero nelle zone contrassegnate con "C" è proprio quando funziona male dal punto di vista del trading. Infatti in quei tratti essa viene continuamente scavalcata dal prezzo, all'insù ed all'in giù, dando segnali di apertura e di immediata chiusura di posizioni rialziste e ribassiste. In quei tratti, in sostanza, la media mobile fornisce falsi segnali e dunque fa perdere denaro. All'analista tecnico un'informazione di questo tipo è utile per confermare che il trend è laterale, in quanto vi è stazionamento della media mobile nel range di prezzo, ma poiché, la maggior parte degli sforzi che si dedicano allo studio di nuovi strumenti d'analisi tecnica è rivolto al trading più che alla semplice analisi, non deve stupire se si cerchi di perfezionare la media mobile come strumento di trading. Nascono così le medie mobili adattive, che vengono progettate per essere attraversate il meno possibile dai prezzi, anche quando la tendenza è laterale. Ve ne sono due che vanno per la maggiore, ma prima di descriverle vediamo esattamente che cos'è una media mobile adattiva.
Tutte, o quasi tutte, le medie mobili adattive sfruttano la proprietà delle medie mobili esponenziali di poter essere scomposte in maniera tale da rendere molto semplice il loro calcolo. Infatti, la generica e più rapida forma di calcolo di una media esponenziale è:


MMEt = aPt + (1- a) MMEt-1

Ovvero, la media di oggi è uguale ad una certa percentuale del prezzo di oggi sommato alla percentuale complementare (cioè la
cui somma dia 100) della media esponenziale di ieri. È possibile, dal punto di vista matematico, calcolare una media mobile esponenziale esattamente equivalente alla corrispondente media mobile semplice, semplicemente ponendo
a = (2/(n+1)), dove n è il numero di dati da cui è composta l'equivalente media mobile semplice.
Per rendere adattiva una media mobile esponenziale è sufficiente legare l'andamento di a ad un parametro che riteniamo essere quello decisivo nell'esprimere o nel modificare le mutate condizioni di mercato. Il parametro classico scelto da quasi tutti gli ideatori di medie mobili adattive è la
volatilità. Infatti è proprio questa la grandezza che meglio misura la tendenza dei prezzi a fornire falsi segnali, cioè a colpire "indebitamente" la media mobile, come mostriamo nel grafico seguente:




Nel caso
A la volatilità è alta in rapporto all'andamento della media e dunque quest'ultima non viene toccata dai prezzi durante l'accelerazione della tendenza al rialzo. Quella che abbiamo raffigurato, pertanto, è una media con una velocità idonea a segnalare la persistenza del trend.
Nel caso
B, invece, la volatilità del prezzo è troppo bassa in rapporto all'andamento della media. Quest'ultima, infatti, viene infatti colpita diverse volte dal prezzo senza che in realtà vi sia realmente una vera e propria inversione di tendenza. Un andamento del genere comporta molti falsi segnali generanti contemporaneamente molte piccole perdite e molti momenti di mancato guadagno, arrecando così un duplice danno al trader. La soluzione è allora quella di costruire una media mobile che stia vicino ai prezzi quando la volatilità è alta e lontano quando essa è bassa, proprio come accade a quella raffigurata nel grafico successivo.



Perchè ciò accada, occorre costruire un meccanismo che produca sulla media mobile lo stesso effetto di un'aumento o di una riduzione dei giorni sulla quale essa viene calcolata. La media mobile esponenziale, come dicevamo, si presta molto bene a questo scopo, poiché è sufficiente variare il parametro
A per ottenere:
- un aumento della sua reattività (equivalente ad una diminuzione dei giorni su cui viene calcolata l'equivalente media mobile semplice) se a viene incrementato.
- una riduzione della sua reattività in caso contrario, con conseguente allungamento della media mobile semplice equivalente.
La proposta di Tushar Chande si chiama
VIDYA (Variable Index DYnamic Average) o media dinamica ad indice variabile. Quest'ultimo è proprio il termine A della media mobile esponenziale. Infatti, nell'articolo di Stocks & Commodities, Chande la definisce come:

VIDYAd = k x n/ Ref x Cd + (1- k x n/ Ref) x VIDYAd- 1


Dove:

  • VIDYAd è il valore corrente della VIDYA
  • VIDYAd-1 è il valore precedente della VIDYA
  • k è una costante scelta di volta in volta
  • n è la misura di volatilità ritenuta più idonea ad esprimere le variazioni nell'andamento del mercato
  • Ref è una misura di volatilità che funzioni da benchmark o termine di paragone per confrontare n, cioè per capire qual'è l'attuale situazione di mercato.

È facile intuire che, nell'algoritmo di Chande, a = k x n/ Ref è dunque il rapporto tra la volatilità attuale e la volatilità media a
far variare la reattività della VIDYA. Quando il mercato accelera, la volatilità aumenta e quindi nello stesso modo si comporta il
termine
k x n/ Ref . Nel libro Beyond Technical Analysis, Chande propone quest'altra formula per la VIDYA:


VIDYAd = 0,2 x Stoc (20) x Cd + (1- 0,2 x Stoc (20)) x VIDYAd-1


Dove, rispetto alla formula precedente, abbiamo:

  • Stoc (20) che è lo stocastico a 20 giorni della deviazione standard a 20 giorni dei prezzi
  • k = 0,2 il che tende a fare equivalere la VIDYA ad una media mobile semplice a nove giorni.

Va detto che la seconda formula si applica ai dati giornalieri, mentre la prima si utilizza sui dati settimanali. Vediamo in azione la VIDYA sui dati giornalieri dell'indice S&P500. Ovviamente utilizziamo la seconda formula, ovvero quella dello stocastico di volatilità 20 giorni:


La VIDYA è stata riportata con il tratto più marcato, mentre la media mobile esponenziale a 9 giorni ha il tratto più leggero. Perché una media mobile esponenziale a nove 9 giorni? Perché Chande utilizza un k pari a 0,2 in quanto applicando al contrario la formula a = (2/(n+1)), cioè risolvendo per n la formula 0,2 = (2/(n+1)) fornisce, per l'appunto, 9. Naturalmente questo è il valore di partenza, poiché esso viene incrementato o diminuito in base all'andamento del termine n/ Ref . Torneremo tra poco su questo legame matematico, ora commentiamo il grafico. Nei periodi di trend forte, come ad esempio tra Maggio e Giugno e tra Settembre ed Ottobre 2008, la media mobile esponenziale segue molto più da vicino i prezzi e, pertanto, ne viene attraversata molto più spesso. Invece la VIDYA se ne mantiene molto più distante, rimanendo addirittura pressoché orizzontale durante le fasi di assenza di trend, come accade tra Luglio ed Agosto 2008. Nel prossimo numero studieremo un'altra famosissima media mobile reattiva, ovvero la AMA (Adaptive Moving Average) di Perry Kaufman. Ulteriori dettagli ed approfondimenti sul tema delle medie mobili adattive possono essere trovati nel mio libro "Il Meglio di Stocks & Commodities" (Editore Trading Library, 2006).



Massimo Intropido

















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