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L'OPINIONE di Massimo Intropido

L'OPINIONE di MASSIMO INTROPIDO

La crisi di fiducia che colpisce la finanza europea rischia, a lungo andare, di danneggiare anche il resto del mondo per via della debolezza dell'Euro.
Tutto il globo è costretto a "tifare" per l'Europa.

Milano, 9 giugno 2010.

Cari Lettori,
sembra proprio che i guai dell'Euro non abbiano mai fine. Da qualche giorno, l'Ungheria si è aggiunta al novero degli Stati europei che potrebbero avere seri problemi di conti pubblici.

Il mercato obbligazionario è quasi impazzito, visto che i titoli di Stato tedeschi vengono comprati senza badare molto al loro prezzo, in continua ascesa, che comprime i rendimenti a tal punto da mortificarli (nei giorni scorsi, il Bund ha raggiunto l'incredibile massimo a quota 129,93 Euro). Diversamente, i titoli di stato dei Paesi considerati più a rischio (e tra di essi vi è purtroppo anche l'Italia) vengono svenduti da molte banche (anche europee) per la rischiosità che comporta mantenerli in portafoglio ed i loro rendimenti (anche quelli italiani) sono divenuti assai interessanti.

Nello scorso editoriale, avevo espresso alcune riflessioni sul discorso di Mario Draghi (Governatore della Banca d'Italia), in particolare su quella sua affermazione che recitava:
“Se c’è una cosa in cui i mercati sono efficienti è spargere l’ansietà in giro per il mondo”, considerazione di grande sagacia, non sufficentemente rimarcata dalla stampa in generale che ha preferito enfatizzare altre dichiarazioni del Governatore riguardanti problematiche legate al territorio nazionale.

A mio giudizio, è proprio sull'allarme lanciato da Draghi, in merito al cattivo funzionamento dei mercati finanziari, che si deve puntare l'attenzione.

Ultimamente, infatti, la finanza mondiale è entrata in uno schema "perverso", come evidenziato da questo dettaglio:

1) all’interno della Comunità Economica Europea vi sono Stati con seri problemi di sostenibilità del proprio debito pubblico, quindi si pongono due scelte: o effettuare durissimi tagli fiscali, rallentando le loro già deboli economie, o dichiarare
default, cioè fallire. Questo problema ne crea, a sua volta, altri due:

2) le Borse europee calano in vista di un forte ostacolo alla ripresa, causato dalle pesanti contromisure decise per evitare la bancarotta dei Paesi a rischio;

3) l'Euro si indebolisce, perché un suo valore di molto superiore al Dollaro statunitense non è più giustificato considerate le attuali condizioni di Eurolandia. Inoltre, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, i politici europei non riescono ad agire tempestivamente per contrastare i timori degli operatori e l’indebolimento della divisa comunitaria provoca come conseguenza:

4) la perdita di competitività degli Stati Uniti e dell’Asia nei confronti dell’Europa, con il rischio di “esportare” in quelle zone un rallentamento della ripresa economica, ed in più:

5) può provocare perdite a quegli Stati che detengono riserve valutarie in Euro ed anche in questo caso, il continente più colpito sarebbe l’Asia. Per sopperire alla svalutazione della moneta unica, i fondi e le banche non europee tendono a vendere attività finanziarie denominate in Euro, prima che si deprezzino eccessivamente. Questa scelta, a sua volta, induce:

6) gli operatori europei (e non) a scommettere contro la divisa comunitaria, provocando ulteriori difficoltà agli Stati membri più indebitati nell'emissione dei loro titoli di Stato. Viene, quindi, nuovamente alimentata la situazione indicata al punto 1).

In questo scenario si genera la cosiddetta “riflessività”, ovvero un circolo chiuso in cui ognuno fa le cose semplicemente perché vede farle dagli altri ed in tale maniera, il panico viene giustificato dall’effettiva discesa dei mercati, autoalimentandosi per giorni e giorni.

Ecco spiegato lo scenario di cui parlava Mario Draghi.

Cosa fare per interromperlo?
Quello che fece il governo americano nel periodo tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, ovvero dichiararsi disposto a sostenere tutto ciò che c’è da sostenere, rimandando la resa dei conti a momenti in cui i mercati avrebbero ripreso a funzionare correttamente.

Cosa stanno facendo, invece, i Paesi membri della Comunità Economica Europea?
Si mettono pressione l’uno all’altro. Gli Stati più deboli dichiarano che la loro situazione è grave per ottenere aiuti e per far accettare alle rispettive popolazioni i durissimi sacrifici necessari. La Germania non perde occasione per dimostrare scarso entusiasmo nell’aiutare i Paesi membri più bisognosi, temendo che la prospettiva di un soccorso scontato tenda a “rilassare” i governi, anziché spronarli a prendere i necessari provvedimenti, di per sé molto impopolari.

Ma ricordiamoci che anche la finanza pubblica americana è traballante. Tenuto conto delle garanzie statali per il salvataggio del comparto finanziario, il debito federale raggiunge circa il
110% del prodotto interno lordo ed il disavanzo primario, a marzo di quest’anno, ha toccato il 9,3% del P.I.L. Sono parametri da Grecia, più che da paese anglosassone, ma la struttura economica americana ed il suo potere politico-militare unitario, per ora ( e probabilmente ancora per molto tempo), rendono sostenibile una così "rischiosa" situazione.

Dalle considerazioni esposte, è facile desumere che quando e dove la finanza non funziona a dovere, l'intervento della politica è assolutamente indispensabile e che "l'aver fatto l’Euro non significa necessariamente aver fatto l’Europa".

Che fare, quindi, con questi mercati?
Probabilmente il trend più solido è quello dell’apprezzamento del Dollaro, poiché a suo favore vi sono decenni di storia finanziaria che dimostrano quanto la divisa statunitense venga considerata un bene rifugio nei momenti di crisi, qualunque sia lo stato della finanza pubblica statunitense.

Il modo per non soffrire la debolezza dell’Euro è disfarsene, cosa molto facile da fare per noi europei, è sufficiente acquistare divise straniere, tuttavia sarebbe sbagliato investire solo in valute estere anche perché, prima o poi, sarà il mondo a chiedere a noi europei di stabilizzare la nostra moneta.





Massimo Intropido














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