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L'OPINIONE di Massimo Intropido

L'OPINIONE di MASSIMO INTROPIDO

I vertici G8 e G20 sono da poco terminati.
Analizziamo i risultati conseguiti
per comprenderne la reale portata.

Milano, 5 luglio 2010.

Cari Lettori,
i vertici G8 e G20 tenuti in Canada, a cui hanno partecipato i governanti dei grandi Paesi industrializzati, sono ormai terminati da qualche giorno ed ora, è possibile valutarne la portata e le conseguenze.

Solo in apparenza (ma è una questione di punta di vista) da questi vertici non sono usciti grandi risultati, se per risultati intendiamo grandi piani di sostegno all'economia.

Di certo, l'unica convergenza che è stata trovata (non proprio con l'entusiasmo degli americani) è stata quella sui sacrifici da affrontare per tenere sotto controllo la spesa pubblica nei prossimi anni.

A fronte di tali decisioni non c'è da stupirsi se i mercati abbiano reagito comportandosi in modo incerto ed abbiano mostrato nuova tensione sul comparto obbligazionario.

A mio parere, gli incontri al vertice dell'ultimo week-end, vanno letti in chiave meno superficiale e con più lungimiranza di quanto fatto dai mercati e dal mondo finanziario, settore che negli ultimi 10-15 anni è stato caratterizzato da tanta superficialità, sia nelle valutazioni che nelle scelte, con conseguenze pesanti che hanno contribuito non poco a generare la crisi globale che stiamo vivendo.

E sarà proprio la crisi economica in atto ad imporre la fine di un certo modo di fare finanza. Questa è una delle principali considerazioni emerse al G20-G8 e si configurerà con maggior chiarezza nei prossimi mesi col tentativo di ritornare ad una finanza forse più povera, ma certamente più concreta.

Per ora, restano delusi quanti volevano risoluzioni tutte "lacrime e stridore di denti", così come quelli che si aspettavano ulteriori linee di credito.

Sono rimasti delusi gli integralisti dell'equilibrio finanziario ed i sostenitori ad oltranza delle ristrutturazioni costose. I politici dei Paesi più industrializzati hanno scelto una strada meno spettacolare, ma molto più realistica, ovvero quella dei sacrifici sopportabili.

Si è scelto un livello di rigore compatibile con la necessità di non strangolare la debole ripresa economica.

Ed è proprio la ricerca di rigore e solidità che predomina, in questi tempi, nelle scelte degli operatori di mercato. Quindi è naturale che siano previlegiati i titoli, sia del comparto azionario che obbligazionario, di un Paese come la Germania che, da sempre, fà di tali peculiarità la propria "bandiera", pronta a difendere a tutti i costi l'idea di una politica di bilancio severa e responsabile.

Di conseguenza, la Borsa di Francoforte si dimostra la più convincente, poiché essa gode di un duplice vantaggio: il recente indebolimento dell’Euro, che aumenta la competitività dell’industria continentale e la grande attrattiva che la finanza tedesca esercita a livello mondiale per la sicurezza che ispira.

Questi due fattori fanno sì che il Dax, lunedì scorso, abbia chiuso a meno del 3% dai suoi massimi da dopo la crisi, segnati lo scorso 26 aprile a quota 6.341,52, a differenza, per esempio, del Dow Jones che si trova al di sotto del 10% circa rispetto ai suoi massimi di fine aprile, per non parlare di altri indici che si dimostrano ancora più incerti.

E' chiaro che le Borse stanno scontando l’atteso recupero di competitività di cui dovrebbe godere l’industria europea, grazie alla recente svalutazione dell’Euro.

Intanto, dall'altra parte dell'oceano, arrivano le dichiarazione poco rassicuranti dell'ex presidente della Fed, Alan Greenspan, secondo cui l'America è per certi versi in condizioni vicine a quelle della Grecia e rischia di dover pagare l'alto debito con una crescita molto bassa.

Ciò conferma quanto espresso nei precedenti editoriali, in cui spiegavo che i parametri della finanza pubblica statunitense, tenuto conto dell’enorme sforzo che è stato fatto per non far fallire le principali banche statunitensi, non sono poi così dissimili da quelli ellenici, pur essendo i due Paesi distantissimi tra loro ed assolutamente imparagonabili dal punto di vista della forza industriale e politica.

Insomma, nell'attuale contesto economico il "grande malato" da guarire e' rappresentato dalle finanze pubbliche e la cura puo' essere solo il rigore,
senza se e senza ma. L'unico antidoto anche per curare i mercati dalla sfiducia che li attanaglia.

Massimo Intropido














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